Messaggio del 25 Aprile 2008
«Cari figli, anche oggi vi invito tutti a crescere nell´amore di Dio come un fiore che sente i raggi caldi della primavera. Così anche voi, figlioli, crescete nell´amore di Dio e portatelo a tutti coloro che sono lontani da Dio. Cercate la volontà di Dio e fate del bene a coloro che Dio ha messo sul vostro cammino e siate luce e gioia. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.»Sabato scorso a Torino
Sabato scorso, 22 ottobre, a Torino, alle 18, nel corso si una manifestazione dei centri sociali, un gruppo di teppisti lanciava un petardo all'interno della Chiesa del Carmine, mentre i fedeli stavano assistendo alla messa prefestiva. Quindi festeggiava con un’orinata collettiva La notizia non sarebbe apparsa sui giornali nazionali se Marcello Pera non avesse condannato il silenzio della città di Torino. Gli ha risposto il sindaco Sergio Chiamparino, definendo strumentali le accuse di Pera ed invitando ad ignorare i facinorosi. Di diverso avviso Gerardo Bianco: «Chi non li condanna duramente è connivente». Don Salvatore Vitiello, che risiede presso la Chiesa del Carmine ed ha assistito all'aggressione, chiede: «È questa la libertà di manifestare, calpestando i diritti altrui e oltraggiando il sentimento religioso del popolo? È sempre possibile il vilipendio al cattolicesimo, senza argine alcuno?». Sembra che la risposta ad entrambe le domande sia SI, ed intanto da parte di molti ci si affanna ad anestetizzare il fatto e vengono inviti ad ignorarlo. La parola d’ordine è: minimizzare. Tanto che in un pezzo del 26 ottobre titolato “Cattolici tiepidi Pera non sfonda” – cronaca di Torino, naturalmente – de “La Stampa” si legge che “i toni di accusa alla Città di don Salvatore Vitiello, il prete di Cl testimone dei fatti, sono parsi ad alcuni eccessivi e non improntati al dialogo”. Ma dialogo con chi?. Non è giusto tacere, questo episodio si inserisce in un contesto intimidatorio che si trascina da mesi, è importante esprimere il nostro pacato dissenso di cittadini, è importante farsi sentire. Vi invitiamo a scrivere: a La Stampa, Telesubalpina, Il Nostro Tempo, e poi al Corriere della Sera e Avvenire, e ad esprimere il vostro appoggio a Don Salvatore, ed a segnalare a tutti questa iniziativa. Giona.
sulla facciata della Chiesa e - a futura memoria - lasciava scritto sui muri: CON LE BUDELLA DEI PRETI IMPICCHEREMO PISANU e NAZI-RATZINGER. Successivamente i manifestanti tentavano d'incendiare le sedi degli uffici di un parlamentare e del vicepresidente del consiglio regionale, entrambi diessini.
"RU486 - LA PILLOLA ABORTIVA" - COMUNICATO UFFICIALE DI
SCIENZA E VITA
Le recenti notizie riportate dagli organi di informazione inerenti la sperimentazione della pillola abortiva RU486 nel nostro paese e la ventilata possibilità che essa, su sollecitazione di un primario di un ospedale della regione Toscana, diventi pratica abortiva routinaria rendono necessario puntualizzare la questione dell'aborto chimico e più in generale dell'aborto nel suo complesso, considerando sia i risvolti medici, che quelli etici e giuridici
La possibilità di effettuare l'aborto mediante la somministrazione dell'associazione mifepristone-misoprostol, più conosciuta come RU486, è stata da talune parti prospettata come un avanzamento della tecnica al servizio della salute della donna. Alcune fonti hanno persino introdotto il termine "aborto dolce". D'altra parte, come afferma il medico tedesco, dottor Alblas, "il modo in cui i medici spiegano le differenti opzioni è in grado di influenzare in maniera talora decisiva la scelta della donna". Edulcorare la procedura abortiva con RU486 collide con la verità accertata dalla letteratura medico-scientifica.
La pillola abortiva, scoperta all'inizio degli anni '80, è stata per la prima volta commercializzata in Francia nel 1988. Benché il prodotto sia stato inserito dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nella lista di "farmaci essenziali", nel mondo occidentale le strutture sanitarie sono tali da rendere inutile l'uso della RU486 per la prevenzione delle complicanze infettive o emorragiche a seguito dell'aborto chirurgico (la mortalità dell'aborto chirurgico in anestesia locale è pari a 0,15 casi ogni 100.000 aborti). Non risultano quindi chiare le motivazioni mediche in base alle quali taluni personaggi spingono con pervicacia affinché sia consentita la pratica dell'aborto mediante RU486. Sotto nessun profilo è possibile dimostrare la superiorità della metodica chimica rispetto a quella chirurgica. In particolare:
1.. In una percentuale di circa il 5% dei casi si rende necessario sottoporre ad aborto chirurgico le donne che avevano assunto la RU486. Addirittura in alcune casistiche tale percentuale sale all'8% dei soggetti. Nella popolazione femminile cubana il tasso di fallimenti è giunto sino al 16%.
2.. Gli effetti collaterali che la donna deve patire dopo aver assunto la RU486 comprendono dolore o crampi (93,2% dei casi), nausea (66,6%), debolezza (54,7%), cefalea (46,2%), vertigini (44,2%), perdite di sangue più prolungate che richiedono una trasfusione nello 0,16% dei casi. Questo significa che se tutte le donne abortissero in Italia mediante la RU486, ogni anno 209 di loro dovrebbero subire una trasfusione. La scheda tecnica della RU486 riporta tra gli eventi avversi anche la sincope nell'1% dei casi. Anche le complicanze infettive non sembrano essere ridotte dall'aborto chimico.
3.. Le donne stesse non mostrano di avere una netta preferenza per il metodo RU486 rispetto all'aborto chirurgico, anzi talora avviene il contrario ed addirittura la vista del feto morto si associa a un tasso maggiore di incubi, ricordi, e pensieri intrusivi legati all'esperienza vissuta.
4.. Persino l'analisi dei costi non si rivela vantaggiosa per la RU486: negli Stati Uniti si paga 487 dollari per l'aborto medico contro i 468 di quello chirurgico. In Italia tale differenza sarebbe ancora maggiore, considerando che, in ossequio alla legge 194, la donna dovrebbe rimanere ricoverata dal momento dell'assunzione della prima compressa fino al termine dell'aborto.
Per quanto esposto, a quanti, senza alcun supporto scientifico, accusano coloro che sono contrari all'introduzione della RU486 di voler privare le donne di uno strumento utile per abortire con minore sofferenza e maggiore sicurezza, rispondiamo che tali affermazioni non possono che derivare da ignoranza scientifica, o da malafede ideologica, entrambe qualità che non servono la verità, né possono recare beneficio alle donne. Comunque si cerchi di ammantare di naturalezza un aborto, valgono le parole della dottoressa abortista francese Béatrice Fougeyrollas, secondo cui "l'aborto è un atto di insubordinazione all'ordine naturale".La legge 194 ha "prodotto" in quasi 30 anni di applicazione oltre 4 milioni di aborti; una popolazione superiore a quella dell'intera nostra regione sparita nel nulla.
Dall' irrilevanza sotto il profilo penale degli aborti eseguiti in conformità alle norme della legge 194/78 non se ne può fare discendere l'equazione: aborto=diritto civile. Il nostro ordinamento non ha introdotto un illimitato "diritto" di aborto, ma lo consente a determinate condizioni, ossia quando vi è pericolo per la salute fisica o psichica della madre, che devono essere accertabili (cd. aborto "terapeutico"). Nega, invece, autonoma rilevanza ad altre motivazioni che potrebbero spingere la donna a sopprimere il feto (per tutte cfr. Cass. 14488/2004).
La ratio della citata legge, infatti, è quella di "[...] ampliare la prevenzione dell'aborto, considerato come un male evitabile e regolamentare, per circoscriverne l'entità e i danni, la piaga dell'aborto clandestino, facendo leva sull'intervento pubblico e sulla responsabilità della donna" (dalla relazione di maggioranza alla proposta divenuta la legge n. 194 del 22 maggio 1978).
L'asserita "semplificazione" derivante dall'introduzione della pillola abortiva, lungi dal garantire meglio il ricorso della donna all'interruzione della gravidanza (che però, come detto, non sussiste come diritto sic et simpliciter), renderebbe reale il rischio di poter aggirare il senso della legge e le procedure che essa ha contemplato al fine di far emergere l'aborto dalla "clandestinità".
Emerge, in questa vicenda, tutta l'ipocrisia di chi sempre ha agitato lo slogan "la 194 non si tocca", da ultimo in occasione del fallito referendum contro la L. 40/04 (fecondazione artificiale). Traspare evidente la volontà di violare la legge 194 in quell'unico senso che va verso la completa liberalizzazione dell'aborto, inteso come "diritto assoluto della donna sul nascituro".
Con l'introduzione della RU486 (il "pesticida anti-umano" come la chiamava Jerome Lejeune), si avrebbe finalmente la "liberazione" della donna dal controllo del medico, ma anche, si è fatto notare, l'interiorizzazione del dramma dell'aborto vissuto in solitudine dalla donna (cfr. E. Roccella, "L'altro come assente; la banalizzazione della vita", Avvenire 11.09.05).
Che la "semplificazione" dell'aborto sia una falsità si ricava dalle dichiarazioni dell'avvocato Roberto Conte, amministratore delegato per l'Italia della stessa Roussel Uclaf, l'azienda che produce il "farmaco" (ma qual è, nella fattispecie, la "malattia"??), il quale ebbe a riferire ad un quotidiano (cfr. La Repubblica, 4-11-1989): "il farmaco richiede come elemento tassativo l'assistenza medica e la distribuzione tramite i consultori". Tali affermazioni trovano conferma dagli studi che valutano in quasi il 10% le donne che espellono l'embrione, ormai morto, oltre 24 ore dopo l'assunzione dell'ultima dose del cocktail abortivo. Risulta pertanto evidente che, per la tutela della salute della donna, non si possa prescindere dall'assistenza medica.
La stessa Legge 194, per i primi novanta giorni di gravidanza, prescrive il rigoroso rispetto delle procedure di cui agli articoli 4 e 5, in base ai quali la gestante deve rivolgersi a un consultorio, a una struttura sociosanitaria abilitata, o a un medico di sua fiducia, per svolgere i necessari accertamenti medici, tentare un'opera di dissuasione, rilasciare il certificato che consente di eseguire l'intervento e seguirne l'iter fino all'effettiva espulsione del feto. Un tale percorso è difficilmente compatibile con l'uso della RU486. L'articolo 19, poi, punisce rispettivamente con la reclusione fino a tre anni chi cagiona l'aborto, e con la multa fino a centomila lire la donna che abortisce senza l'osservanza delle modalità di cui all'articolo 5.
Dunque, oggi la RU 486 impone una scelta alle istituzioni coinvolte nella vicenda: se far prevalere la spinta libertaria che, come molti sostengono, soggiacerebbe alla Legge 194, ovvero la lettera delle sue disposizioni, sebbene mai concretamente attuate.
Se si condivide il primo orientamento, la L. 194 va però cambiata; se invece, com'è stato sostenuto "usque ad nauseam", la 194 "non si tocca", ci permettiamo di chiedere al Sig. Ministro della Salute, per la parte di sua competenza, di non fermarsi al formale rispetto di una procedura, ma di esigere il sostanziale rispetto dell'intera 194, esortando i consultori al coinvolgimento reale delle "associazioni di volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita", verificando se a ogni gestante in difficoltà sono prospettate "le possibili soluzioni dei problemi proposti", e se viene messo in opera "ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto" (art. 5).
Pisa 21.10.05
COMITATO SCIENZA & VITA
Messaggio della Regina della Pace del 25 ottobre 2005
"Figlioli, credete, pregate e amate e Dio vi sarà vicino. Vi donerà tutte le grazie che da Lui cercate. Io sono per voi dono, poichè Dio mi permette di essere con voi di giorno in giorno e di amare ognuno di voi con amore infinito. Perciò, figlioli, nella preghiera e nell’umiltà aprite i vostri cuori e siate testimoni della mia presenza. Grazie per aver risposto alla mia chiamata."
Che onore, il mio post sul ponte di Messina letto qualche minuto fa su radioalzozero, la radio del web.
Un grazie alla redazione per aver scelto anche il mio post.
«Radio Maria» alza il volume sui detenuti
Se quanti seguono quasi per dovere (perché «lo fanno tutti») programmi come «Il Grande Fratello» «L'isola dei famosi» «La talpa», e altra immondizia catodica, si sintonizzassero ogni tanto su Radio Maria (Maria la madre di Gesù, non la moglie di Costanzo), trasformerebbero la loro bruta e beota serata in un momento dello spirito, in una pausa di riflessione della coscienza, e apprenderebbero cose di grande valore etico e sociale. Io lo faccio tutti i giorni; la mattina, per dispormi ad affrontare con pazienza cristiana il prossimo (se non fosse per padre Livio, avrei già rotto la testa a qualcuno) la sera, per disintossicarmi da avvelenamento cartaceo e televisivo (credetemi, non ne posso più di Manuela Arcuri, Antonella Clerici, Simona Ventura, Vittorio Cecchi Gori, Al Bano eccetera, ma la mia attività, purtroppo, non può prescindere dai mezzi di informazione). Accendo la mia brava radio, e mi sembra d'esser tornato agli anni Sessanta, coi suoi ritmi di vita più lenti. Qualche giorno fa, appunto su questa emittente, ho ascoltato una interessantissima, per quanto amara, trasmissione. Il programma va in onda il 3° lunedì di ogni mese, alle ore 22,45, e si intitola «Fili di speranza da una finestra sul carcere», lo conduce Federico Quaglini, e si occupa della condizione dei detenuti in Italia. Esso prevede tre momenti: nel primo, si commentano notizie di volta in volta pubblicate dalla stampa e su internet riguardanti il pianeta carcere; nel secondo, si offre ai parenti e agli amici dei detenuti la possibilità di mandar loro un saluto; nel terzo, si prega in diretta con gli ascoltatori, e si leggono alcune lettere dei carcerati giunte in redazione, tra le più interessanti e toccanti. Il programma è molto seguito, troppo per qualcuno, e siccome in giro ci sono parecchi 666 o anticristo, alcuni hanno sparso la notizia che in realtà la rubrica serva per «lanciare messaggi» ai galeotti. Qualcosa di vero c'è in questa calunnia: il messaggio viene lanciato, sì, ma è quello di non abbandonare la speranza, di aprire il cuore a Dio e di riconciliarsi con la società. Lunedì scorso, il conduttore ha commentato una riflessione che il cardinale Renato Martino (presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace) ha fatto ai padri Sinodali riuniti in Vaticano. Egli ha coraggiosamente denunciato le condizioni di grave violazione del diritto nelle carceri italiane, annunciando la pubblicazione di un documento. Quali sono queste violazioni? Ebbene, in molti, moltissimi istituti di pena italiani, a causa della pachidermica burocrazia penitenziaria, dello stato di fatiscenza delle strutture, e, non ultimo, della “chiusura” alla parola di Dio di qualche direttore, è impedito ai detenuti di assistere alle funzioni religiose, di confessarsi e di comunicarsi. Mancano i luoghi dove celebrare la messa, mancano i cappellani, e se qualche sacerdote ha la fortuna di poter celebrare, deve fare i conti con gli “addobbi” e le suppellettili: per altare una scrivania o un tavolaccio, per ampolline bottigliette vuote di Coca-Cola.
Centinaia di carcerati inviano lettere a «Radio Maria», segnalando la cosa, ma - al di là del sostegno morale (che pure è basilare) - Radio Maria che può fare? Radio Maria deve essere lo Stato italiano, Radio Maria devono essere le nostre istituzioni, Radio Maria devono essere i politici che abbiamo votato o che voteremo.
Radio Maria dobbiamo essere noi, quando invece di sederci come selvaggi annoiati davanti alla televisione, accendiamo la radio, ascoltiamo, e ci impegniamo, ma veramente, a far valere il diritto calpestato.
Di Marcello D'Orta
Tratto da Il Giornale.it
Felice da Nicosia (1715-1787)

FELICE DA NICOSIA nacque dal matrimonio di Filippo Amoroso e Carmela Pirro, a Nicosia, in Sicilia, il 5 novembre 1715. Venne battezzato lo stesso giorno con i nomi di Filippo Giacomo. Il padre, che esercitava il mestiere di calzolaio, morì il 12 ottobre 1715 lasciando alla vedova tre figli.
La famiglia era povera ma molto religiosa. Da giovanissimo, frequentò la bottega del calzolaio Giovanni Ciavarelli. La vicinanza al convento dei Cappuccini gli diede la possibilità di frequentare la loro comunità, di conoscere i singoli religiosi e ammirare il loro stile di vita.
Come la maggior parte dei ragazzi poveri siciliani del tempo, non andò a scuola.
Nella crescente frequentazione dei frati del convento, si sentiva sempre più fortemente attirato dalla loro vita: gioia in austerità, libertà nella povertà, penitenza, preghiera, carità, spirito missionario.
Vocazione provata
A vent’anni chiese al Superiore del convento di Nicosia di intercedere presso il Padre Provinciale di Messina affinché fosse accolto nell’Ordine in qualità di laico, perché, in quanto analfabeta, non poteva essere ammesso come chierico, ma soprattutto perché tale stato maggiormente si addiceva alla sua indole umile e semplice. Ricevette risposta negativa non solo allora ma anche alle richieste ripetute nei successivi otto anni. Tuttavia il suo desiderio non venne mai meno.
La sua fu una vocazione matura, ampiamente ponderata e desiderata. È sicuramente sorprendente il fatto che non avesse, 86 dopo i diversi no, tentato di entrare a far parte di qualche Ordine affine. Il suo essere uomo di Dio coincideva con l’essere cappuccino.
Nel 1743, venuto a conoscenza che il Padre Provinciale di Messina era a Nicosia per una visita, chiese di potergli esporre il suo desiderio. Finalmente il Provinciale lo accolse nell’Ordine indirizzandolo al convento di Mistretta per l’anno del noviziato.
Frate Cappuccino
Il 10 ottobre 1743 iniziò il noviziato con il nome di Fra Felice. Il noviziato fu per lui un anno particolarmente intenso nell’esercizio delle virtù.
A detta di tutti i biografi, Fra Felice si distinse per lo slancio nell’obbedire, per il candore angelico, per l’amore alla mortificazione, per la pazienza veramente serafica. E fu così che il 10 ottobre 1744 fece la professione.
Per le strade di Nicosia
Subito dopo la professione, fu destinato dai suoi superiori, eccezionalmente, al convento di Nicosia. Non era infatti uso comune indirizzare un giovane religioso nel proprio ambiente d’origine, temendo che potesse essere distratto da parenti e conoscenti. Ma il distacco dagli affetti terreni di Fra Felice era tale che i superiori ritennero che la sua crescita spirituale non ne avrebbe sofferto.
Egli aveva già fatta propria la massima di San Francesco che il frate deve vivere nel mondo come vero pellegrino e forestiero, reputando di non avere nulla di proprio sulla terra, né casa, né luogo, né cosa alcuna.
Gli venne assegnata la mansione di cercatore. Ogni giorno attraversava le vie del paese bussando tanto ai palazzi dei ricchi, invitandoli a condividere il loro benessere, quanto alle umili dimore dei poveri per offrire loro conforto nelle necessità quotidiane.
Passava per le strade e per le case con compostezza e discrezione, ringraziando sempre, sia quando gli veniva offerta qualcosa che quando era scacciato in malo modo, dicendo con dolcezza: Sia per amore di Dio.
Assetato della Sacra Scrittura
Fra Felice era analfabeta. Non era tuttavia privo di dottrina cristiana. Tutto ciò che non poteva apprendere attraverso la lettura della Sacra Scrittura, l’apprendeva attraverso la memoria e la ferma volontà di voler sempre più nutrire la sua anima. Per questo si sforzava di assimilare i brani biblici e i libri edificanti letti in convento durante la mensa e coglieva tutte le occasioni per ascoltare le predicazioni nelle chiese di Nicosia.
Devozioni e penitenze
Fu devoto di Gesù crocifisso. Ogni venerdì, contemplava la passione e la morte di Gesù Cristo. Tutti i venerdì di marzo digiunava a pane ed acqua e stava in coro, con braccia aperte a forma di croce, meditando dinanzi al Crocifisso.
Ebbe un culto particolare all’Eucaristia. Passava ore dinanzi al Tabernacolo, anche dopo aver sostenuto dure fatiche giornaliere. Venerò con tenerezza la Madre di Dio.
Gli ultimi giorni
Alleggerito da ogni incarico, col fisico ormai malato per le estreme penitenze e mortificazioni, era sempre pronto ad ogni forma di servizio, soprattutto per gli ammalati nell’infermeria del convento. Mentre le forze diminuivano, cresceva in intensità la sua concentrazione in Dio e la sua lieta e semplice obbedienza.
Alla fine del mese di maggio del 1787 fu sorpreso da febbre violenta mentre lavorava nell’orto. Il superiore, Padre Macario, lo fece coricare per obbedienza. Al medico che gli prescrisse dei medicinali, Fra Felice disse che erano inutili, perché quella era la sua ultima malattia. Concluse la vita terrena alle due di notte del 31 maggio 1787.
Fu beatificato da Leone XIII il 12 febbraio 1888.
Canonizzato da Benedetto XI il 23 ottobre 2005.
Lui ha deciso di bere e io adesso devo morire
Mamma, sono uscita con amici. Sono andata ad una festa e mi sono ricordata quello che mi avevi detto: di non bere alcolici.
Mi hai chiesto di non bere visto che dovevo guidare, così ho bevuto una Sprite. Mi sono sentita orgogliosa di me stessa, anche per aver ascoltato il modo in cui, dolcemente, mi hai suggerito di non bere se dovevo guidare, al contrario di quello che mi dicono alcuni amici.
Ho fatto una scelta sana e il tuo consiglio è stato giusto.
Quando la festa è finita, la gente ha iniziato a guidare senza essere in condizione di farlo. Io ho preso la mia macchina con la certezza che ero sobria.
Non potevo immaginare, mamma, ciò che mi aspettava…
Qualcosa di inaspettato!
Ora sono qui sdraiata sull’asfalto e sento un poliziotto che dice: “il ragazzo che ha provocato l’incidente era ubriaco”. Il mio sangue è sparso dappertutto e sto cercando, con tutte le mie forze di non piangere.
Posso sentire i medici che dicono: “Questa ragazza non ce la farà”. Sono certa che il ragazzo alla guida dell’altra macchina non se lo immaginava neanche, mentre andava a tutta velocità.
Alla fine lui ha deciso di bere ed io adesso devo morire.
Perché le persone fatto tutto questo, mamma? Sapendo che distruggeranno delle vite? Il dolore è come se mi pugnalasse con un centinaio di coltelli contemporaneamente.
Dì a mia sorella di non spaventarsi, mamma, dì a papà di essere forte. Qualcuno doveva dire a quel ragazzo che non si deve bere e guidare…
Forse, se i suoi glielo avessero detto, io adesso sarei viva…
La mia respirazione si fa sempre più debole ed incomincio ad avere paura…
Questi sono i miei ultimi momenti, e io mi sento così disperata…
Mi piacerebbe poterti abbracciare mamma, mentre sono sdraiata qui, morente.
Mi piacerebbe dirti che ti voglio bene per questo…
Ti voglio bene e… addio.
tratto dal sito religionetarlazzi
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«Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell'uomo verrà nell'ora che non pensate».
Gesù di Nazareth