Recitare il rosario aiuta il cuore
Secondo molti ricercatori, quanti si dedicano a pratiche di religione, di qualunque credo e tipo, sono più sani e più longevi. Ma c'è chi è critico e deplora lo «spreco di risorse»
La preghiera allunga la vita, almeno è quanto sostiene una nutrita pattuglia di «researchers prayer», americani e no. L'ultimo studio, condotto tra la popolazione maschile degli insediamenti israeliani, arriva da Tel Aviv. Gli uomini che credono sono più sani dei coetanei laici. Recarsi alla sinagoga, raccogliersi in preghiera giova: le «occasioni di morte» (infarti, incidenti e simili) sarebbero inferiori di circa un terzo.
Non si tratta di un risultato clamoroso. Sembra ormai dimostrato che quanti si dedicano a pratiche di religione, di ogni tipo e credo, godono di migliori condizioni di salute e sono più longevi. La preghiera, in particolare quella meditativa, comune all'Oriente e all'Occidente, sarebbe in grado di produrre benessere fisico e spirituale e nella popolazione a rischio, come gli anziani, sostengono alcuni ricercatori, produrrebbe un abbassamento della pressione arteriosa e aiuterebbe a vincere nervosismo e ansietà.
L'antico rito del rosario, meglio se recitato in latino, sarebbe un toccasana per l'attività cardiovascolare, rileva uno studio italiano, condotto da un gruppo di ricercatori dell'Università di Pavia e pubblicato dal British Medical Journal.
Pregare dunque fa bene al cuore e meditare aiuta il cervello, dicono i neuroscienziati, che stanno mettendo a fuoco il meccanismo attraverso il quale la meditazione (tipo quella dei monaci tibetani) agisce su corpo e mente, stimolando la concentrazione.
Quanto aiuta la preghiera, la principale e più diffusa delle terapie non convenzionali, nel percorso di guarigione? E può la ricerca scientifica provarne il potere, misurarne gli effetti attraverso una sperimentazione controllata, seguendo la procedura detta a doppio cieco?
Ci stanno provando numerosi gruppi di ricerca interessati anche a comprendere, in un contesto di tecnologie mediche avanzate, i meccanismi coinvolti nelle antiche pratiche di guarigione (la preghiera, gli stimoli tattili, la musica). Ai risultati hanno dato il loro contributo le più prestigiose riviste mediche internazionali. Capofila Lancet che nell'ultimo numero ha pubblicato i commenti relativi a uno studio, comparso di recente, sulle «noetic therapies», le terapie cioè che non ricorrono a farmaci e a interventi chirurgici.
Svolto da Mitchel Krucoff e colleghi del Duke University Medical Center, lo studio ha riguardato 748 pazienti sottoposti a interventi cardiovascolari. Per una metà (informata) era stata prevista la preghiera a distanza; per l'altra una terapia «immaginativa» con musica, stimoli tattili e altro. Nessun miglioramento clinico è stato però riscontrato, anche se per i pazienti sottoposti a quest'ultima si è registrato, a sei mesi, un più basso tasso di mortalità.
Le osservazioni critiche su questo genere di studi non mancano. Se alcuni obiettano che per la preghiera a distanza non esiste «alcun meccanismo biologicamente plausibile», altri deplorano lo spreco di tempo e risorse. Richard McNally, uno psicologo dell'Università di Harvard, ha seccamente commentato che «la preghiera intercessoria presuppone un intervento del soprannaturale che per definizione è al di là della scienza». Ma la nota editoriale di Lancet che accompagnava lo studio non ha certo chiuso la porta. Anzi. Sarebbe «prematuro», diceva, perdere l'interesse per questo tipo di terapie nella moderna medicina scientifica: «Il contributo che speranza e fede portano alla personale comprensione della malattia non può essere sottovalutato. La scienza deve tenerne conto, anche se quegli ambiti trascendono i suoi attuali confini».
Fonte:
Panorama
Loro lo stanno scoprendo ora la Madonna è da tempo immemorabile che sollecita la preghiera del Rosario.