TOTUS TUUS

Messaggio del 25 Aprile 2008

«Cari figli, anche oggi vi invito tutti a crescere nell´amore di Dio come un fiore che sente i raggi caldi della primavera. Così anche voi, figlioli, crescete nell´amore di Dio e portatelo a tutti coloro che sono lontani da Dio. Cercate la volontà di Dio e fate del bene a coloro che Dio ha messo sul vostro cammino e siate luce e gioia. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.»

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Blogger: ggraceffa
Nome: giovanni graceffa
Un uomo felice, benedetto dal Signore, con una vita felice, allietata da una fantastica moglie e un meraviglioso figlio, nato il mio stesso giorno di trenta anni dopo, ed una stupenda figlia che il Cielo ci ha da poco donato per completare la nostra gioia.

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sabato, 29 aprile 2006

Questi sono giorni di propaganda pubblicitaria con la quale, come dice Rino Camilleri, ti farebbero mangiare come squisito filetto anche la carne di un topo, per l'uscita del film sul codice davinci, tratto dall'omonimo romanzetto di dan brown, dove si accusa la Chiesa di scarsa attenzione (ma anche di altro e di peggio) per le donne. E proprio oggi la Chiesa ci invita a celebrare la memoria di Santa Caterina da Siena, Dottore della Chiesa.



Leggendono la breve nota biografica che riporto sotto e che ho tratto dal sito TotusTuus Network, si nota come invece la Chiesa ed il Papa di allora la tenessero in grandissima considerazione, smentendo così le accuse di maschilismo a lei (alla Chiesa) rivolte negli ultimi tempi ed in questo romanzo in maniera particolare.

Santa Caterina da Siena

vergine e dottore della Chiesa, patrona d'Italia

Ciò che più stupisce nella vita di S. Caterina da Siena non è tanto il ruolo inconsueto che ella ebbe nella storia del suo tempo quanto la maniera squisitamente femminile con cui svolse questo ruolo. Al papa, che ella chiamava col nome di "dolce Cristo in terra", rimproverava lo scarso coraggio e lo invitava ad abbandonare Avignone per fare ritorno a Roma, con parole umanissime come queste: "Su, virilmente, padre! Che io vi dico che non bisogna tremare". A un giovane condannato a morte, che ella accompagnò fin sopra il patibolo, disse nell'ultimo istante: "Giuso! alle nozze, fratello mio dolce! che tosto sarai alla vita durevole".
Quando sedeva a tavola con i suoi discepoli, badava a non urtare le gelosie di qualcuno e non di rado, come fa la madre col bambino permaloso, dava l'imbeccata col proprio cucchiaio a chi si sentiva trascurato da lei. Poi la voce sommessa della donna mutava tono e si traduceva spesso in quell'"io voglio", che non ammetteva tergiversazioni quando erano in questione il bene della Chiesa e la concordie dei cittadini.
Nata a Siena il 25 marzo 1347, ventiquattresima figlia di Giacomo e Lapa Benincasa, Caterina celebrò a sette anni il suo matrimonio mistico con Cristo. Che ciò non fosse il frutto di fantasie infantili, ma l'inizio di una straordinaria esperienza mistica, lo si poté costatare molto presto. A quindici anni Caterina entrava a far parte del Terz'ordine di S. Domenico, iniziando una vita di penitenza di estremo rigore. Per vincere la repulsione verso un lebbroso maleodorante si chinò a baciarne le piaghe.
Analfabeta, cominciò a dettare a vari amanuensi le sue lettere, accorate e sapienti, indirizzate a papi, re, condottieri e umile gente del popolo. Il suo coraggioso impegno sociale e politico suscitò non poche perplessità tra i suoi stessi superiori e dovette presentarsi davanti al capitolo generale dei domenicani, celebrato a Firenze nel maggio del 1377, per rendere conto della sua condotta.
A Siena, nel raccoglimento della sua cella dettò il Dialogo sulla Divina Provvidenza per sciogliere a Dio il suo ultimo canto d'amore. Rispose quindi all'appello di Urbano VI col quale si era schierata dall'inizio del grande scisma, perché il papa la volle a Roma in quel momento di grave confusione. Qui cadde ammalata e attorniata dai suoi numerosi discepoli, ai quali raccomandò soltanto di amarsi gli uni gli altri, rese la sua anima a Dio. Era il 29 aprile 1380: aveva compiuto da un mese trentatrè anni. Fu canonizzata il 29 aprile 1461. Nel 1939 venne dichiarata patrona principale d'Italia insieme con S. Francesco di Assisi. Il 4 ottobre 1970 Paolo VI l'ha proclamata dottore della Chiesa.

Tratto da www.lalode.com
pensato e scritto da: ggraceffa alle ore 09:14 | link | commenti (3)
categorie: chiesa, religione, spiritualità, cattolicesimo, storie di santi
mercoledì, 26 aprile 2006

I Blog e la Fede


Come trovare Dio nella "Blogsfera"

Intervista al padre gesuita Antonio Spadaro

ROMA, mercoledì, 26 aprile 2006 (ZENIT.org).-Antonio Spadaro, S.I., scrittore de “La Civiltà Cattolica”, ha appena pubblicato il libro “Connessioni, Nuove Forme della cultura al tempo di internet” (Pardes Edizioni, Pagine 178, Prezzo: € 13,00).

Nella prefazione Xavier Debanne, dirigente della Siemens Informatica S.p.A. (Siemens Business Services Group) e professore presso il Centro Interdisciplinare sulla Comunicazione Sociale della Pontificia Università Gregoriana dal 2002 al 2004, ha scritto che il libro di Spadaro “incita a riflettere sulla fenomenologia dell’incontro in Internet, in quanto luogo frequentato da milioni di persone ogni giorno, spazio che nessuno possiede e che favorisce le connessioni”.

“Tale luogo è diventato un ambiente culturale ed educativo frequentato da milioni di persone, credenti e non, e rappresenta per la Chiesa una formidabile opportunità di comunicazione perché consente di moltiplicare le connessioni sia come collegamenti personali sia per la costituzione di nuove forme di aggregazione sociale”, ha aggiunto.

In questa intervista concessa a ZENIT, padre Antonio Spadaro spiega l’influenza che la Rete, i blog, etc. esercitano sulla cultura e sul modo di vivere la religione, e come essi possano aprire spazi prima inesistenti di dialogo interreligioso e teologico.

C’è Dio nella blogosfera? E come si fa a trovarlo?

Padre Spadaro: In internet si nota una crescita di bisogni religiosi. Nel mio libro illustro il fenomeno, ne faccio notare i rischi (penso, ad esempio alle cosiddette cyber-religioni e alle sette), ma soprattutto cerco di indicare le sfide da accogliere con ottimismo e discernimento: la risposta ai bisogni religiosi più autentici. Il blog (Termine nato dalla contrazione tra Web e log (giornale, diario). è una delle realtà più interessanti della Rete. Esso è un «diario in Rete»: chi ne possiede uno inserisce giorno per giorno pensieri, idee, note, ma anche vere e proprie ampie riflessioni, anche molto attente. Ogni blog è collegato ad altri blog e tutti insieme costituiscono un vero e proprio sistema, definito comunemente come «blogosfera».

Esiste Dio in questi mondi di diari in Rete? Per quanto il dato sia relativo, esistono circa 130 milioni di pagine web in cui appaiono insieme le parole God e blog. Se ricerchiamo blog religiosi nel web mondiale notiamo un crescendo continuo di presenze. Non mancano idee stimolanti. La rivista Christianity today ha parlato di una vera e propria rivoluzione teoblogica e di blogosfera cristiana. Essa è molto variegata e comprende spazi di riflessione e discussione teologica tra studenti, blog legati a riviste cristiane, spazi personali, anche di pastori e sacerdoti, di ispirazione religiosa. La blogosfera italiana sembra ancora un luogo di espressione non ancora fortemente segnata dalla presenza ecclesiale né dalla riflessione teologica: è un compito aperto alla pratica e alla riflessione. Già si notano interessanti evoluzioni.

E' possibile percorrere un cammino spirituale in rete?

Padre Spadaro: L’uomo alla ricerca di Dio oggi si pone anche di fronte a uno schermo e avvia una navigazione. In tal modo sussiste il rischio di illudersi che il sacro o il religioso sia «a portata di mouse»: basta un click per passare da un sito di neo-stregoneria a quello di un’apparizione mariana, oppure da un tempio neo-pagano a un sito di cristiani tradizionalisti. La Rete, proprio grazie al fatto che è in grado di contenere tutto, può essere facilmente paragonata a una sorta di grande supermarket del religioso. La Chiesa invece non è mai e in nessun caso «prodotto» della comunicazione.

La fede inoltre non è fatta soltanto di informazioni, né è luogo di mera «trasmissione», cioè non è una pura «emittente». E tuttavia, proprio notando questo proliferare del religioso in Rete è anche possibile farsi un’idea del bisogno profondo di Dio che agita il cuore umano, seppure vissuto in maniera spesso alienante e distorta. Rendersi conto di queste esigenze significa imparare a muoversi in questo ambiente digitale in maniera appropriata, proponendo iniziative adeguate: la possibilità di un dialogo spirituale, la possibilità di avere spunti di meditazione pubblicati in maniera periodica o inviati via e-mail. E altro ancora.

La mancanza di un contatto relazionale che non sia virtuale non è un handicap grave?

Padre Spadaro: Il motivo che spinge a stringere relazioni in Rete consiste proprio nella tipologia di rapporto che si crea. Esso presenta contemporaneamente elementi contraddittori. È infatti per sé molto anonimo e impersonale, in quanto ciascuno può far credere di essere ciò che non è a livello di età, sesso e professione, esprimendosi senza i limiti dati dalla propria identità pubblica. In Rete si dialoga per quel che ci si sente di essere. Proprio per questo dunque, il dialogo è anche molto confidenziale, perché permette di dire di sé cose che altrimenti difficilmente una persona direbbe nei suoi panni quotidiani. Si può avere un’apertura completa e un grande livello di autenticità, ma d’altra parte si può cadere anche nello spontaneismo senza limiti e senza pudori. Il cyberspazio dunque è un luogo emotivamente caldo e non algidamente tecnologico, come qualcuno sarebbe tentato di immaginare.

Il rapporto in Rete dunque può essere anonimo, ma anche estremamente «vero». Bisogna però sempre ricordare che la Chiesa è luogo di comunicazione e testimonianza vissuta del messaggio che si annuncia. I rapporti di Rete invece rischiano di formare un’abitudine all’inutilità della mediazione incarnata in un certo momento e in un certo luogo e, dunque, anche alla testimonianza e alla comunicazione autorevole. Benedetto XVI lo ha evidenziato di recente: si deve «purtroppo constatare che non sempre in questo nostro tempo le nuove tecnologie e i mass media favoriscono le relazioni personali» (discorso all’incontro Univ 2006). Dunque la relazione di Rete va comunque considerata come un’opportunità da cogliere con spirito di fiducia ma anche di attento discernimento nella direzione di rapporti «veri». Capita spesso che quando un rapporto iniziato in Rete si fa significativo poi spinge all’incontro reale. Comincia a non essere raro trovare persone in direzione spirituale o anche in cammino vocazionale che hanno avviato il loro percorso in Rete.

E' possibile sviluppare un dialogo teologico?

Padre Spadaro: Se la Rete può essere luogo di dialogo spirituale, essa certamente può aprire al dialogo interreligioso e teologico spazi prima inesistenti. L’articolazione critica e la mediazione del sapere della fede, che è il compito primo della teologia, si realizza sempre in un contesto di pensiero, di linguaggio, di immagini, di cultura e dunque di «comunicazione». La Rete realizza una mutazione nel modo di vivere le istanze di comunicazione e di comunione. Pensiamo alla comunicazione costante tra persone che lavorano a una stessa idea, che però abitano in varie parti del mondo, e non si conoscono personalmente. Esse realizzano tra loro, se entrano in relazione forte, una sorta di «coscienza comune». Ciò certamente ha ricadute in ambito teologico, tanto più se la comunicazione avviene tra persone che per cultura e formazione usano metafore, immagini e linguaggi differenti per dire Dio e la fede. Quali effetti avrà ciò sulla conoscenza e la comunicazione teologica? È una domanda che impegna la teologia su vari piani. I primi livelli sono certamente quelli dello studio che usa teorie, modelli, metodi della scienza delle comunicazioni in grado di aiutare la propria riflessione sulla fede e quello del modo di comunicare la teologia. Un modello di teologia della Rivelazione di tipo «verbale», che inquadra l’uomo come «uditore della Parola» o, se vogliamo, il modello della parabola puntata al cielo o quello dell’uomo-radar rischiano, infatti, di non essere così esplicativi come lo erano in passato. Se una volta l’uomo era visualizzabile come un essere alla ricerca di una risposta sulla sua vita, adesso è più inquadrabile come una persona in atteggiamento di scelta, selezione, discernimento sulla risposta più adatta e soddisfacente. Deve insomma imparare sia a cercare sia a trovare. La Rete offre alla teologia nuove opportunità e, insieme, lancia sfide di ordine sia metodologico sia speculativo.

Quanto le nuove tecnologie della comunicazione possono favorire le attività pastorale e quali i limiti della diffusione in rete?

Padre Spadaro: Giovanni Paolo II per la XXXVI Giornata mondiale delle comunicazioni sociali del 2002 scelse il tema: «Internet: un nuovo forum per proclamare il Vangelo». In occasione di quella giornata, preparò un messaggio dai toni ispirati al «senso di avventura che ha caratterizzato altri grandi periodi di cambiamento», al «realismo» e alla «fiducia» fino all’esortazione, rivolta a tutta la Chiesa, a «varcare coraggiosamente questa nuova soglia, per “prendere il largo” nella Rete». Quindi la pastorale deve confrontarsi con la Rete, non solo come «strumento» di evangelizzazione, ma innanzitutto come «ambiente» culturale e educativo. Esso determina uno stile di pensiero, contribuendo a definire anche un modo nuovo di costruire la conoscenza e le relazioni. L’uomo infatti non resta immutato dal modo con cui manipola il mondo: a trasformarsi non sono solo i mezzi di comunicazione, ma l’uomo stesso e la sua cultura. L’impegno nei mass media così non ha solo lo scopo di moltiplicare l’annunzio. Non basta usare i media per diffondere il messaggio cristiano e il magistero della chiesa, ma occorre integrare il messaggio stesso nella nuova cultura creata dalla comunicazione moderna.

In un capitolo lei parla della Rete come modello di Chiesa, ci spiega il perché?

Padre Spadaro: Le relazioni in Rete funzionano se le connessioni sono sempre attive: qualora un nodo o un collegamento fosse interrotto, l’informazione non passerebbe e la relazione sarebbe impossibile. La reticolarità della vite nei cui tralci scorre una medesima linfa non è distante dall’immagine di internet, tutto sommato. Da ciò si intende che la Rete è immagine della Chiesa nella misura in cui la si intende come un corpo che è vivo se tutte le relazioni al suo interno sono vitali. Poi l’universalità della Chiesa e la missione dell’annuncio «a tutte le genti» rafforzano la percezione che la Rete possa fornire un modello di un certo valore ecclesiologico. Ma il discorso può risultare ambiguo: la Chiesa non potrà mai essere intesa unicamente come una «comunità virtuale» né essere «ridotta» a una rete autoreferenziale. La Chiesa non è una Rete di relazioni immanenti, ma ha sempre un principio e un fondamento «esterno». Se le relazioni in Rete dipendono dalla presenza e dall’efficace funzionamento degli strumenti di comunicazione, la comunione ecclesiale è radicalmente un «dono» dello Spirito.

Nell'appendice del suo libro, lei dà molta attenzione alla lettura, arrivando al punto di dire che "la lettura può diventare esperienza spirituale". Può illustrarci il suo punto di vista?

Padre Spadaro: Nel mio libro faccio notare come il libro abbia un carattere «virtuale» perché non può essere ridotto al testo stampato né al lettore: esso esiste veramente quando è letto, quando si sviluppa una interazione tra le pagine e chi le legge. Così l’opera prende vita. Il testo è come un gioco nel quale il lettore si coinvolge interattivamente.

L’esperienza proposta dagli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio di Loyola immerge colui che li fa nel mistero biblico-cristiano e lo abilitano a interagire attivamente con personaggi, eventi, discorsi, anche grazie alla sua capacità di immaginazione. Gli Esercizi dunque possono costituire un modello di lettura di qualunque testo letterario. Il coinvolgimento, alla luce degli Esercizi, è una situazione nella quale il lettore entra con tutto se stesso (memoria, intelletto, volontà, direbbe Ignazio, e cioè con le sue aspettative, i suoi ricordi, la sua comprensione del reale) nella lettura e lì egli in qualche modo «legge» se stesso, i suoi desideri, le sue tensioni interiori. La persona attenta alla propria vita spirituale sarà in grado di «sentire e conoscere le mozioni che si causano nell’anima» durante la lettura. Esse sono all’opera in noi anche quando leggiamo un libro o vediamo un film. Non è raro che alcune immagini o alcune espressioni agiscano in noi in maniera profonda e siano fonte di consolazione o di desolazione spirituale. Perché avvenga questo riconoscimento è necessario il discernimento spirituale.

Così per il lettore formato alla spiritualità degli Esercizi non sarà insolito interrogare se stesso o discutere nel dialogo con una guida spirituale sulle emozioni che egli ha provato leggendo un romanzo o un racconto o anche guardando un film, notando — come chiede più volte Ignazio negli Esercizi — i «punti» o le «parti più importanti», dove si sia sentita «qualche conoscenza, consolazione o desolazione» o dove siano state avvertite «maggiori mozioni e gusti spirituali» (Esercizi Spirituali nn. 62, 118 e 227).
pensato e scritto da: ggraceffa alle ore 14:49 | link | commenti
categorie: religione, informazione, cattolicesimo

Messaggio della Regina della Pace del 25 aprile:
 
 
"Cari figli, anche oggi vi invito ad avere più fiducia in me e in mio Figlio.
Lui ha vinto con la sua morte e risurrezione e vi invita ad essere, attraverso di me, parte della sua gioia.
Voi non vedete Dio, figlioli, ma se pregate sentirete la sua vicinanza.
Io sono con voi e intercedo davanti a Dio per ognuno di voi.
Grazie per aver risposto alla mia chiamata."
 
pensato e scritto da: ggraceffa alle ore 06:59 | link | commenti
categorie: religione, medjugorje, cattolicesimo, messaggio da medjugorie
lunedì, 24 aprile 2006

In attesa del messaggio mensile da Medjugorje, riprendo quello, per meditarlo ancora, dello scorso anno, nel quale la Regina della Pace ci invitava alla lettura della Sacra Scrittura in famiglia. Poco fa ho postato una omelia sul sacramento del matrimonio tenuta dal Santo Padre Paolo VI nella quale tesseva l'elogio del matrimonio cristiano vissuto in vicinanza con Cristo, matrimonio che sta alla base di quanto ci chiedeva la Madonna, nel messaggio dello scorso anno. Essere testimoni ed insegnanti della propria fede all'interno della famiglia cristiana per migliorare il mondo con l'amore.

Messaggio di Medjugorje 
25 Aprile 2005

Cari figli,

anche oggi vi invito a rinnovare la preghiera nelle vostre famiglie. Con la preghiera e la lettura della Sacra Scrittura entri nella vostra famiglia lo Spirito Santo che vi rinnoverà. Così diventerete insegnanti della fede nelle vostra famiglia. Con la preghiera e il vostro amore il mondo andrà su una via migliore e l’amore comincerà a regnare nel mondo.

Grazie per aver risposto alla mia chiamata

pensato e scritto da: ggraceffa alle ore 17:17 | link | commenti (2)
categorie: pensieri, religione, meditazioni, medjugorje, spiritualità

SANTA MESSA DEDICATA AL SACRAMENTO DEL MATRIMONIO

OMELIA DEL SANTO PADRE PAOLO VI

13 aprile 1975

    

Un duplice motivo suscita nel nostro cuore sentimenti profondi e soavi, in questo momento. Primo: la dolce e forte impressione che ci ha lasciato la stupenda pagina del Vangelo di Luca, che or ora abbiamo ascoltata; e sembra ancora a noi che «ci arda il cuore nel petto» mentre ascoltavamo le parole ispirate della Scrittura, le parole stesse di Gesù che ancor oggi risuonano alte nel mondo, annunziate dalla Chiesa. Secondo: l'occasione che qui ci ha tratti: la benedizione, cioè, ad alcune coppie di sposi, che oggi, in questa Basilica di San Pietro, presso l'Altare della Confessione, nella spirituale fioritura del tempo pasquale dell'Anno Santo, si uniranno in matrimonio, celebreranno anzi essi stessi il matrimonio, da Cristo resi ministri del «sacramento grande» (Eph. 5, 32) in virtù dell'ufficio sacerdotale (Cfr. Lumen Gentium, 34) a cui il battesimo abilita il Popolo di Dio. Due momenti, due aspetti, due successioni del nostro incontro odierno; troppo ricchi e inesauribili per poterci soffermare su di essi in modo confacente, e sia pur breve, in questo familiare colloquio; ma meritevoli certo di una comune pausa serena di riflessione.

1. La scena di Emmaus, anzitutto. Troppo nota perché, al solo risentirla, non ci sollevi in cuore immagini e ricordi ormai familiari, che l'arte cristiana di tutti i tempi ha fatto oggetto privilegiato delle sue mirabili, trepide, luminose variazioni. Non ci pare forse che il dubbio dei due discepoli sia stato talvolta anche nostro? Non ci pare forse che la nostra fede sia stata talvolta troppo scarsa e debole, e materiale, come quella di quegli uomini sfiduciati che si attendevano «la liberazione d'Israele» (Luc. 24, 21) in una prospettiva unicamente terrena, senza capire che il Cristo «doveva sopportare queste sofferenze per entrare nella sua gloria» (Ibid. 24, 26)? Quei discepoli di Emmaus siamo noi! Ma solo che anche noi abbiamo orecchi per ascoltare, e cuore per seguire la Parola di Cristo, ecco che Egli viene con noi, si accompagna a noi, si fa nostro amico, nostro sodale lungo la strada, nostro commensale alla tavola della carità fraterna e alla comunione eucaristica; solo che abbiamo una scintilla d'amore, gli occhi si aprono per riconoscere la sua presenza (Cfr. Ibid. 24, 31), e il cuore si accende. «Questo fuoco - dice S. Ambrogio, commentando le parole dei discepoli di Emmaus - questo fuoco illumina l'intimo recesso del cuore» (S. AMBROSII Exp. Ev. sec. Luc. VII, 132). Fratelli! la fede e l'amore vi facciano riconoscere e seguire Cristo, sempre. È la prima, ovvia ma tanto impegnativa riflessione, a cui ci invita il Vangelo.

2. Cristo ci accompagna per la via della vita: ma quale miglior pensiero possiamo lasciare a voi, diletti sposi, quasi come provvista e nutrimento e sostegno nel lungo viaggio, che state per cominciare insieme? Voi rappresentate simbolicamente davanti ai nostri occhi, come davanti a tutta la Chiesa, l'innumerevole schiera di coppie, che con la benedizione di Dio, come voi stamani, hanno posto le fondamenta della loro Chiesa domestica, come il Concilio ha chiamato la famiglia (Lumen Gentium, 11). A voi, a tutte le giovani coppie, a tutte le famiglie cristiane: a tutti coloro che col loro amore, elevato e trasfigurato dalla virtù del sacramento, sono nel mondo la presenza e il simbolo dell'amore reciproco di Cristo e della Chiesa (Cfr. Eph. 5, 22-33) noi ripetiamo oggi: non temete, Cristo è con voi!

Vicino a voi per trasfigurare il vostro amore, per arricchirne i valori già così grandi e nobili con quelli tanto più mirabili della sua grazia; vicino a voi per rendere fermo, stabile, indissolubile, il vincolo che vi unisce nel reciproco abbandono di uno all'altro per tutta la vita; vicino a voi per sostenervi in mezzo alle contraddizioni, alle prove, alle crisi, immancabili certo nelle realtà umane, ma non certo - come vorrebbero talune funeste mentalità teoriche e pratiche - non certo insuperabili, non fatali, non distruttive dell'amore ch'è forte come la morte (Cant. 8, 6), che dura e sopravvive nella sua stupenda possibilità di ricrearsi ogni giorno, intatto e immacolato; vicino a voi per aiutarvi a vincere i pericoli non irreali dell'egoismo, che si annidano nelle pieghe riposte dell'anima per conseguenza della colpa originale, ma che pur sono stati vinti dalla Croce e dalla Risurrezione di Cristo; vicino a voi per farvi sentire la vostra dignità di collaboratori di Dio Creatore, nel trasmettere il dono inestimabile della vita, e di Dio Provvidente, nel rappresentarlo al vivo davanti ai vostri figli nelle tenerezze, nelle cure, nelle sollecitudini che saprete ad essi dedicare con quegli slanci di eroismo che ben conoscono i cuori dei padri e delle madri. Sì, fratelli, sì; davvero «questo sacramento è grande: lo dico di Cristo e della Chiesa» (Eph. 5, 32).

L'ha ben sottolineato ancora il Concilio Vaticano II, quando ha detto: «Come un tempo Dio venne incontro al suo popolo con un patto di amore e di fedeltà, così ora il Salvatore degli uomini e Sposo della Chiesa viene incontro ai coniugi cristiani mediante il sacramento del matrimonio; inoltre rimane con loro perché, come Egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per lei, così anche i coniugi possano amarsi l'un l'altro fedelmente, per sempre, con mutua dedizione . . . e siano aiutati e rafforzati nello svolgimento della sublime missione di padre e madre» (Gaudium et Spes, 48). Così, fratelli, così: sia questo il vostro programma, sia questa la vostra ambizione: con Gesù in cammino con voi per le vie faticose e imprevedibili della vita; con Gesù seduto alla tavola del vostro pane quotidiano duramente ma serenamente guadagnato, possiate fare della vostra esistenza a due una luce, una missione, una benedizione. È quanto invochiamo per voi, e per tutti i coniugi cristiani, durante la Messa; ed è l'augurio che vi facciamo con intenso affetto paterno.

pensato e scritto da: ggraceffa alle ore 15:32 | link | commenti
categorie: chiesa, papa, cattolicesimo
sabato, 22 aprile 2006

Ci vuole così poco a confondere le coscienze dei piccoli. Bastano poche parole di dubbio passate come verità di morale, soprattutto se affermate da una persona che all’interno della Chiesa di Cristo ha avuto un ruolo importante ed ha anche rischiato di diventare Papa, per far traballare definitivamente la fede di molti. È una grande responsabilità che si è assunta S.E.

Io stamattina ho provato ha leggere questo dialogo tra S.E. Martini e il neo senatore dei DS il Dott. Marino. Ma ho solo provato, poi ho lasciato perdere. Infatti cosa può aggiungere alla mia fede un cardinale che per diverse volte dice di non poter rispondere perché non competente in materia, o che è buana regola astenersi innanzi tutto dal giudicare o che la momento non saprei cosa rispondere. Io risponderei che se una personalità di questo peso, un principe della chiesa, un uomo vestito della porpora rossa come il colore del sangue dei martiri non sa cosa rispondere è meglio che stia zitto. E che stia zitto in ginocchio di fronte alla Croce che è la risposta a tutti i dubbi dell’umanità.

Un dubbio però questo dialogo me lo ha chiarito. Ora so perché lo Spirito Santo nella scelta del Successore di Pietro ha scelto Ratzinger invece che Martini. La Chiesa oggi ha la necessità di essere guidata da un uomo che si lascia guidare dallo Spirito e che quando parla dà certezze non dubbi anche quando le certezze sono dure da accettare e contro corrente, contro la corrente del “mondo”. Del resto prima di lui anche Cristo Gesù non ha avuto dubbi a scegliere la Croce per se e per i suoi seguaci.

pensato e scritto da: ggraceffa alle ore 10:29 | link | commenti
categorie: pensieri, chiesa, religione, cattolicesimo
venerdì, 21 aprile 2006

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 21,1-14.

Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla. Quando gia era l'alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «E' il Signore!». Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po' del pesce che avete preso or ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», poiché sapevano bene che era il Signore. Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce. Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti.
pensato e scritto da: ggraceffa alle ore 10:49 | link | commenti (2)
categorie: chiesa, religione, vangelo, cattolicesimo
giovedì, 20 aprile 2006

Un paio di settimane fa sentii una sua intervista su Radio Maria, la radio più bella che ci sia, e rimasi molto colpito della preparazione di questo sacerdote sul tema dell'eutanasia e del suo impegno nel svelare l'inganno che nasconde questo nome, oggi trovo su il Mascellaro una sua intervista che ritengo sia giusto divulgare quanto più possibile.

Tratto dal sito www.impegnoreferendum.it il 20 aprile 2006

Se ne parla troppo di eutanasia, o se ne parla troppo poco? L’affermazione più corretta sta nel mezzo: se ne fa un gran parlare ma spesso in maniera scorretta.

Di tutti i nodi bioetici è forse il più difficile: perché può riguardare due fasi della vita, la vecchiaia e la malattia – di frequente coincidenti – che l’efficientismo dilagante tende a giudicare "inutili". Il malato, specie se vecchio, è considerato un peso improduttivo. Ma ci sono anche altri interrogativi: può un uomo decidere di smettere di vivere per non soffrire, o scegliere al posto di un altro? Cosa succede quando a soffrire sono i bambini? E cosa vuol dire non voler vedere una persona star male, quando la medicina ha portato allo sviluppo di innovative terapie del dolore?

Domande cui si è portati a rispondere più con l’istinto che con la razionalità. Fondamentali sono dunque la chiarezza e la precisione delle argomentazioni, le stesse che usa don Michele Aramini, docente di bioetica e autore di numerosi testi, ultimo il recentissimo «Eutanasia. Spunti per un dibattito» (Ancora, pp. 159, 12 euro).

Don Aramini, partiamo dal linguaggio. Che cosa s’intende per eutanasia?
«La maggior parte delle persone guarda in modo non del tutto negativo l’eutanasia perché pensa che si tratti della sospensione delle cure inutili praticate a un malato che sta per morire. Questa però non è eutanasia ma il "no" all’accanimento terapeutico. Ed è del tutto lecito e necessario che ci si opponga a questa pratica. L’eutanasia, invece, è la decisione – con o senza esplicita richiesta – di anticipare la morte di una persona attraverso un gesto specifico o un’omissione, cioè somministrando o meno qualcosa. Per eutanasia quindi si deve intendere la volontà di uccidere una persona prima della sua morte naturale. Non è il caso di sottilizzare se si tratta di un’azione attiva o passiva, perché il fine è lo stesso: procurare la morte».

Perché si arriva a chiedere in determinati casi il ricorso all’eutanasia?
«C’è una prima motivazione, che di certo era più valida nel passato ma che, quando si entra in un clima di polemica, viene tirata abitualmente fuori: mi riferisco all’insopportabilità del dolore, vale a dire il rifiuto di una sofferenza che non si riesce a tollerare in prima persona oppure a far sopportare agli altri. Era la richiesta contenuta nel manifesto sull’eutanasia firmato nel 1983 da alcuni premi Nobel, che faceva leva sulla pretesa immoralità di infliggere dolore a una persona. È una richiesta superata, in quanto la terapia del dolore oggi è in grado di agire su tutte le situazioni, anche quelle più estreme, con la cosiddetta "sedazione terminale"».

La terapia del dolore è però ancora insufficientemente conosciuta e praticata in Italia...
«Il problema vero è che è usata a macchia di leopardo, anche se la sua diffusione sta progredendo. Non è un problema solo dell’Italia ma anche – per esempio – degli Stati Uniti, dove le statistiche dicono che solo la metà dei pazienti viene trattata adeguatamente nella parte finale della vita».

C’è una mancanza di cultura di parte della classe medica su questo fronte?
«Penso proprio di sì. La medicina ha due compiti: guarire e curare. I medici sembrano essersi quasi dimenticati del secondo aspetto e si sono concentrati soprattutto sul primo. Quando non si può più guarire bisogna però alleviare il dolore del paziente. Spesso i medici vedono nella non guarigione del paziente una sconfitta, e se ne vanno. Ma la cura è probabilmente un’opera ancora più importante, perché il soggetto si trova in grave difficoltà e bisogna aiutarlo. In Italia oggi c’è una legge che promuove la creazione di unità ospedaliere di cure palliative, e si è intrapresa la strada del loro potenziamento».

Da parte dei fautori dell’eutanasia si è sentito chiedere il riconoscimento di un diritto soggettivo a chiedere la morte e a farsela dare. Cosa ne pensa?
«Sembrerebbe una richiesta di libertà, l’ultimo dei diritti civili ancora non garantito, messo sullo stesso piano del diritto di parola o di voto. Ma è davvero un diritto? Se si pone il tema in questi termini individualistici si tenderà a non domandarsi perché una persona vuole morire. Se la mia morte è un diritto vuol dire che la società ha il dovere di farmi morire. Questo, tra l’altro, significa accettare che il comportamento degli altri venga sottoposto a un vincolo drammatico: i parenti, i medici, ma anche l’intera società, che cosa pensano del farmi morire? Non possono essere obbligati a darmi la morte. Tutte le sentenze della Corte suprema americana e della Corte di giustizia europea hanno negato che nell’impianto normativo possa sussistere questo "diritto all’eutanasia". Ed è anche per questo motivo che legislazioni favorevoli all’eutanasia non si sono sviluppate tanto rapidamente».

Perché si vuole decidere di morire quando la propria vita "non ha più significato"?
«Perché si considera l’uomo come un oggetto che perde valore in determinate circostanze. Una persona, per il solo fatto di essere tale, possiede un valore permanente, e non è mai assimilabile a un oggetto».

Quando ci si trova al capezzale di qualcuno che chiede di morire come bisogna comportarsi?
«Innanzitutto occorre chiedersi da cosa scaturisce questa richiesta. L’esperienza ci dice, infatti, che essa viene meno se una persona è trattata adeguatamente con la terapia del dolore, se ha un accompagnamento umano anche da parte dei medici, degli infermieri, dello psicologo, dei volontari, se la sua famiglia non è stressata ma viene aiutata nell’assistenza. Quando i parenti di chi invoca la morte non vengono sostenuti allora possono cedere i nervi: la richiesta di morire sembra spesso dettata dalla constatazione del disastro cui sembrano condannati i propri cari. Si spera nella morte, dunque, quando ci si sente un peso per gli altri, o anche perché si vuole ricevere maggiore attenzione. È un po’ come dire: "Guardatemi, io sono qui, voglio essere curato meglio". L’Istituto dei tumori di Milano ha compiuto recentemente un’indagine sui malati terminali che vengono trattati con le cure palliative: dalle 996 richieste iniziali di eutanasia, dopo le cure si è passati a cinque».

Un dato davvero impressionante. Quindi si dovrebbe spostare l’attenzione dall’eutanasia alle cure palliative...
«Sì, certo. Non abbiamo bisogno dell’eutanasia ma di approntare un sistema di accompagnamento delle persone che sono arrivate alla fine della vita. Bisogna rispondere alle tentazioni eutanasiche con soluzioni che puntino maggiormente sulla famiglia e sulla solidarietà».



Chi è

Michele Aramini è nato a Palermo nel 1953. Ordinato sacerdote della diocesi di Milano nel 1978, i suoi studi si sono concentrati in particolare su teologia morale e bioetica con una particolare attenzione al tema dell’eutanasia. È docente di teologia e di bioetica nel seminario per le lauree di specializzazione all’Università Cattolica di Milano. Ha insegnato Storia della bioetica ed Economia, etica e sanità all’Università Pontifica Regina Apostolorum di Roma. Tra le sue numerose pubblicazioni ricordiamo Introduzione alla bioetica (Giuffrè 2001); Eutanasia. Commento giuridico alla nuova legge olandese (Giuffrè 2003); Fecondazione artificiale. Che cosa dice la legge e che cosa insegna la Chiesa (Portalupi 2004).
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mercoledì, 19 aprile 2006

Si vuole conoscere il pensiero del Papa allora bisogna ascoltare le sue parole. E le sue parole in questo anno di pontificato sono state chiare e soprattuto semplici. Semplici perchè si è rivolto a noi non come un teologo di primaria importanza, quale egli in effetti è, ma come un comunissimo catechista che spiega le verità di fede. Ha adottato una tecnica molto particolare e non molto consueta per un Pontefice, quello di colloquiare con le persone semplici cossi come con i Cardinali a domanda e risposta, rispondendo per lo più a braccio come in occasione dell'incontro con i giovani del 6 aprile durante il quale un ragazzo gli fece la seguente domanda sulla Sacra Scrittura

Mi chiedo spesso cosa farebbe Gesù se fosse al posto mio in una determinata situazione, ma non sempre riesco a capire ciò che la Bibbia mi dice. Inoltre so che i libri della Bibbia sono stati scritti da uomini diversi, in epoche diverse e tutte molto lontane da me. Come posso riconoscere che quanto leggo è comunque Parola di Dio che interpella la mia vita? Grazie.

Ed il Papa rispose,

Rispondo sottolineando intanto un primo punto: si deve innanzitutto dire che occorre leggere la Sacra Scrittura non come un qualunque libro storico, come leggiamo, ad esempio, Omero, Ovidio, Orazio; occorre leggerla realmente come Parola di Dio, ponendosi cioè in colloquio con Dio. Si deve inizialmente pregare, parlare con il Signore: “Aprimi la porta”. E’ quanto dice spesso sant’Agostino nelle sue omelie: “Ho bussato alla porta della Parola per trovare finalmente quanto il Signore mi vuol dire”. Questo mi sembra un punto molto importante. Non in un clima accademico si legge la Scrittura, ma pregando e dicendo al Signore: “Aiutami a capire la tua Parola, quanto in questa pagina ora tu vuoi dire a me”.

Un secondo punto è: la Sacra Scrittura introduce alla comunione con la famiglia di Dio. Quindi non si può leggere da soli la Sacra Scrittura. Certo, è sempre importante leggere la Bibbia in modo molto personale, in un colloquio personale con Dio, ma nello stesso tempo è importante leggerla in una compagnia di persone con cui si cammina. Lasciarsi aiutare dai grandi maestri della “Lectio divina”. Abbiamo, per esempio, tanti bei libri del Cardinale Martini, un vero maestro della “Lectio divina”, che aiuta ad entrare nel vivo della Sacra Scrittura. Lui che conosce bene tutte le circostanze storiche, tutti gli elementi caratteristici del passato, cerca però sempre di aprire anche la porta per far vedere che parole apparentemente del passato sono anche parole del presente. Questi maestri ci aiutano a capire meglio ed anche ad imparare il modo in cui leggere bene la Sacra Scrittura. Generalmente, poi, è opportuno leggerla anche in compagnia con gli amici che sono in cammino con me e cercano, insieme con me, come vivere con Cristo, quale vita ci viene dalla Parola di Dio.

Un terzo punto: se è importante leggere la Sacra Scrittura aiutati dai maestri, accompagnati dagli amici, i compagni di strada, è importante in particolare leggerla nella grande compagnia del Popolo di Dio pellegrinante, cioè nella Chiesa. La Sacra Scrittura ha due soggetti. Anzitutto il soggetto divino: è Dio che parla. Ma Dio ha voluto coinvolgere l’uomo nella sua Parola. Mentre  i musulmani sono convinti che il Corano sia ispirato verbalmente da Dio, noi crediamo che per la Sacra Scrittura è caratteristica - come dicono i teologi – la “sinergia”, la collaborazione di Dio con l’uomo. Egli coinvolge il suo Popolo con la sua parola e così il secondo soggetto – il primo soggetto, come ho detto, è Dio – è umano. Vi sono singoli scrittori, ma c’è la continuità di un soggetto permanente - il Popolo di Dio che cammina con la Parola di Dio ed è in colloquio con Dio. Ascoltando Dio, si impara ad ascoltare la Parola di Dio e poi anche ad interpretarla. E così la Parola di Dio diventa presente, perché le singole persone muoiono, ma il soggetto vitale, il Popolo di Dio, è sempre vivo, ed è identico nel corso dei millenni: è sempre lo stesso soggetto vivente, nel quale vive la Parola.

Così si spiegano anche molte strutture della Sacra Scrittura, soprattutto la cosiddetta “rilettura”. Un testo antico viene riletto in un altro libro, diciamo cento anni dopo, e allora viene capito in profondità quanto non era ancora percepibile in quel precedente momento, anche se era già contenuto testo precedente. E viene riletto ancora nuovamente tempo dopo, e di nuovo si capiscono altri aspetti, altre dimensioni della Parola, e così in questa permanente rilettura e riscrittura nel contesto di una continuità profonda, mentre si succedevano i tempi dell’attesa, è cresciuta la Sacra Scrittura. Infine, con la venuta di Cristo e con l’esperienza degli Apostoli la Parola si è resa definitiva, così che non vi possono più essere riscritture, ma continuano ad essere necessari nuovi approfondimenti della nostra comprensione. Il Signore ha detto: “Lo Spirito Santo vi introdurrà in una profondità che adesso non potete portare”.

Quindi la comunione della Chiesa è il soggetto vivente della Scrittura. Ma anche adesso il soggetto principale è lo stesso Signore, il quale continua a parlare nella Scrittura che è nelle nostre mani. Penso che dobbiamo imparare questi tre elementi: leggere in colloquio personale con il Signore; leggere accompagnati da maestri che hanno l’esperienza della fede, che sono entrati nella Sacra Scrittura; leggere nella grande compagnia della Chiesa, nella cui Liturgia questi avvenimenti diventano sempre di nuovo presenti, nella quale il Signore parla adesso con noi, così che man mano entriamo sempre più nella Sacra Scrittura, nella quale Dio parla realmente con noi, oggi.

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categorie: chiesa, religione, papa, cattolicesimo

"Deus Caritas Est"

19 Aprile 2005 / 19 Aprile 2006 Uno straordinario anno di pontificato.



Da un anno guidi la Chiesa che Cristo ti ha affidato, come un umile lavoratore della vigna. Grazie Santo Padre per questo anno che ci hai fatto vivere all insegna di Dio che è Amore.
 
pensato e scritto da: ggraceffa alle ore 07:31 | link | commenti
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