Messaggio del 25 Aprile 2008
«Cari figli, anche oggi vi invito tutti a crescere nell´amore di Dio come un fiore che sente i raggi caldi della primavera. Così anche voi, figlioli, crescete nell´amore di Dio e portatelo a tutti coloro che sono lontani da Dio. Cercate la volontà di Dio e fate del bene a coloro che Dio ha messo sul vostro cammino e siate luce e gioia. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.»
Come nella generazione naturale e fisica c'è un padre ed una madre, così nella generazione soprannaturale e spirituale c'è un padre che è Dio e una madre che è Maria. Tutti i veri figli di Dio e predestinati hanno Dio per padre e Maria per madre; e chi non ha Maria per madre non ha Dio per padre. Per questo i reprobi, come gli eretici, gli scismatici, ecc., che odiano o considerano con disprezzo o indifferenza la santissima Vergine, non hanno Dio per padre - anche se se ne vantano -, appunto perché non hanno Maria per madre. Se l'avessero per madre, l'amerebbero e onorerebbero come un autentico figlio ama naturalmente ed onora la madre che gli ha dato la vita.
Il segno infallibile e inequivocabile per distinguere un eretico, un uomo di cattiva dottrina, un reprobo da un predestinato, è che l'eretico e il reprobo hanno solo disprezzo o indifferenza per la santissima Vergine e si studiano con le loro parole ed esempi di diminuirne il culto e l'amore, apertamente o di nascosto, talvolta sotto speciosi pretesti. Ahimè! Dio Padre non disse a Maria di fissare la sua tenda fra loro, perché sono degli Esaù.
Dio Figlio vuole formarsi e, per così dire, incarnarsi ogni giorno nelle sue membra per mezzo della sua diletta madre e le dice: "Prendi in eredità Israele" (Sir 24,13). Come se dicesse: Dio, mio Padre, mi ha dato in eredità tutte le nazioni della terra, tutti gli uomini buoni e cattivi, predestinati e reprobi. Ed io li condurrò, gli uni con scettro d'oro, gli altri con scettro di ferro; degli uni sarò il padre e l'avvocato, degli altri il giusto vendicatore e di tutti il giudice. Tu, invece, mia cara madre, tu avrai in eredità e in possesso solo i predestinati, raffigurati da Israele. Come madre buona li darai alla luce, nutrirai e farai crescere; come sovrana li guiderai, governerai e difenderai.
"L'uno e l'altro è nato in essa" (Sal 87,5), dice lo Spirito Santo. Secondo la spiegazione di alcuni Padri, il primo uomo nato da Maria è l'Uomo-Dio, Gesù Cristo; il secondo è un semplice uomo, figlio per adozione di Dio e di Maria. Ora, se Gesù Cristo, Capo degli uomini è nato da lei, anche i predestinati, che sono le membra di questo Capo, debbono per necessaria conseguenza nascere da lei. Una stessa madre non dà alla luce la testa o il capo senza le membra, né le membra senza la testa: diversamente si avrebbe un mostro di natura. Così nell'ordine della grazia, il capo e le membra nascono da una stessa madre. E se un membro del corpo mistico di Gesù Cristo, cioè un predestinato, nascesse da un'altra madre che non sia colei che ha generato il Capo, non sarebbe un predestinato, né un membro di Gesù Cristo, ma un mostro nell'ordine della grazia.
Tratto da: http://it.groups.yahoo.com


Innalzerò forte la mia voce a Lui e non desisterò
Dalle Lettere del B. Pio da Pietrelcina (Lett. 500; 510; Epist. I, 1065; 1093-1095, Ediz. 1992).Martire della giustizia
Rosario Livatino: un giovane, un giudice, un cristiano. Non un santo a tutti i costi, non un superuomo, ma un uomo come mille altri. Innamorato della vita, della giustizia, della verità. Eroe per caso nella terra dei limoni e dei carretti, della lupara e del tritolo mafioso,
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| Rosario Livatino (1952-1990) |
Uno dei cosiddetti "giudici ragazzini" chiamati a fronteggiare "Cosa nostra". L’Italia lo conobbe dalle pagine dei giornali soltanto all’indomani della sua morte, avvenuta il 21 settembre 1990, mentre percorreva la statale 640 per recarsi ai lavoro presso il Tribunale di Agrigento. Dopo il barbaro assassinio, la sua figura ha cominciato a distinguersi nell’immaginario di chi vive nell’Italia di oggi ma ne sogna una diversa.
Un servitore dello Stato. "Un martire della giustizia e, indirettamente, anche della fede..."", come ha detto di lui Giovanni Paolo II ad Agrigento il 9 maggio del 1993.
Un giovane, un giudice, un cristiano
Da Canicattì tutte le mattine raggiungeva la sede del Tribunale, ad Agrigento, una manciata di chilometri percorsi in automobile. Prima di entrare in ufficio, la visita puntuale alla chiesa di S. Giuseppe, vicino al Palazzo di Giustizia, dove si fermava a pregare.
Lo ricorda bene mons. Giuseppe Di Marco, vicario diocesano, allora parroco, che molte volte si era domandato chi fosse quel giovane così raccolto, concentrato nelle sue preghiere.
"Non sapevo chi fosse, avevo solo capito che era un magistrato… Rimaneva per un po’ e poi se ne andava in silenzio. Solo dopo la tragedia, quando ho visto la sua foto sul giornale, ho capito chi era".
I casi più difficili del suo lavoro di giudice, Rosario li risolveva lì, ai piedi dell’altare, la mattina prima di entrare in Tribunale. Lì Saro invocava l’assistenza dello Spirito Santo per poter giudicare con retto giudizio, per scegliere ciò che era meglio da farsi "e scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare…", aveva scritto.
Alla Procura di Agrigento il lavoro era sempre tanto e lui non si tirava mai indietro. Restava in ufficio anche quando non c’era più nessuno. Scrupoloso, il giorno di ferragosto non esitò una volta a presentarsi in Procura solo per poter firmare un ordine di scarcerazione, così da non lasciare neppure un’ora di più in prigione un imputato.
Lavorava infaticabilmente, senza alcuna smania di protagonismo, senza ostentazione. Rifuggiva, anzi, con ogni mezzo la notorietà. Una volta, in occasione di un’udienza piuttosto movimentata, con molti cronisti e fotografi, si nascose dietro un carabiniere per non essere immortalato ("Sono in tribunale per lavorare…", si schermì).
Il cugino Alessandro Livatino: "Rosario era schivo non solo di onori, ma anche di feste, di riunioni rumorose e frastornanti. La sua era una missione e un missionario deve avere una sola meta, tendere ad un solo traguardo. Lavoratore metodico ed instancabile, partiva ogni mattina dalla modesta casa paterna con una normale utilitaria (e poteva permettersi, per rango sociale e per la funzione che esercitava, molto di più!), lavorava con fervore, attenzione e lucidità sui fascicoli giudiziari: carte che spesso portava a casa, per ristudiarle sino a tarda sera, anche di notte."
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una limpidezza di sguardo inalterata, riflesso di un'anima costantemente unita al Signore, nutrita della Sua Parola. |
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Il suo profondo senso del dovere messo al servizio della giustizia ne fa una specie di missionario: il "missionario" del diritto.
La preghiera mattutina, la visita a Gesù nella chiesa accanto al Palazzo di Giustizia, il lavoro indefesso al Tribunale di Agrigento fino a sera inoltrata, la visita a qualche bisognoso. Rosario era così.
Un viso dai lineamenti dolci, il sorriso appena accennato, i capelli neri pettinati con la riga di lato. Gli occhi scuri e fondi; lo sguardo fermo, penetrante. Un fisico minuto, da adolescente. Semplice e austero. Sobrio persino nel vestire: giacca e cravatta anche in piena estate, che non è facile da sopportare col caldo isolano.
"Impegnato nell’Azione Cattolica, assiduo all’eucaristia domenicale, discepolo del crocifisso", sintetizzò nell’omelia delle esequie mons. Ferraro, fotografandolo con pochi rapidi tratti. Uomo di legge, uomo di Cristo."
Rosario conosce sant’Agostino, il De vera religione: come per il vescovo africano, anche per lui non c’è contraddizione alcuna tra fede e ragione (e Dio sa quanto la ragione, il raziocinare logico, sia preponderante nella mentalità tipicamente "cartesiana" dei siciliani), perché entrambe vanno alla ricerca di Dio.
Rosario ha una_profonda conoscenza delle Sacre Scritture, dei Documenti conciliari, della Patristica. Il suo è un cristianesimo che si nutre di studio, di letture meditate, di riflessione. È un uomo di preghiera, e la preghiera è il cuore delle sye giornate, è la guida che informa la sua vita e che, parafrasando il grande mistico spagnolo san Giovanni della Croce, la trascina "verso il centro che è Dio, e fa discendere dei gradini sempre più profondi..."
La madre Rosalia testimonia: "In casa ha sempre respirato aria di convinta religiosità, ma soprattutto su di lui hanno influito i docenti di religione, sacerdoti di altissimo livello dottrinale e spirituale. Per la sua formazione personale sono stati importantissimi. Rosario, inoltre, credeva tanto nella forza della preghiera: la sua giornata iniziava e si concludeva con la lode al Signore (1)
Ida Abate, riflettendo sull’esperienza spirituale del suo allievo, afferma: "Quando e come Rosario sia passato dalla riflessione sul divino che risiede nell’uomo e che, secondo Seneca, è soltanto interior, alla fede incondizionata nel Dio della Rivelazione cristiana, immanente nell’uomo e nella storia "più intimo della parte più intima" (sant’Agostino, Le Confessioni, III, 2: ndr), personalissimo e insieme trascendente, non è dato sapere" (2).
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| Rosario Livatino (indicato dalla freccia) tra i compagni del III Liceo Classico, nel 1971. |
Il passaggio ha coinciso comunque con la scoperta che saremo tutti, indistintamente, giudicati sull’amore. Non sulla ricchezza, sull’intelligenza, sulle capacità personali o su altre cose, ma soltanto sull’amore. Il banco di prova è, e resta, la carità. Ed è un concetto questo su cui, come abbiamo visto, Rosario torna spesso: la carità nel giudicare, la carità nella verità, la carità che è sorella della contrizione, figlia dell'umiltà.
Basta andarsi a rileggere il testo di "Fede e diritto": la carità è tutto. Sembra di risentire le belle parole di san Paolo ai Corinzi, nell’inno all’agape, che "non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ ingiustizia, ma si compiace della verità..." (1 Cor 13,5-6).
"Il magistrato - scriveva ancora Livatino - deve, nel momento del decidere, dimettere ogni vanità e soprattutto ogni superbia; deve avvertire tutto il peso del potere affidato nelle sue mani... disposto e proteso a comprendere l’uomo che ha di fronte e a giudicarlo senza atteggiamento da superuomo, ma anzi con costruttiva contrizione".
Un filosofo non credente come Ludwig Wittgenstein ha scritto nei suoi Diari che il cristianesimo "non è una dottrina, non è una teoria di ciò che è stato e di ciò che sarà nell’anima umana, ma è la descrizione di un evento reale nella vita dell’uomo". Orbene, se questo evento non si incarna, se non trova realizzazione nella vita pratica, concreta, di tutti i giorni, se non diventa carne e sangue restando soltanto sul piano teorico, delle idee, dei bei proclami, che senso avrebbe?
"I laici", si afferma nella costituzione dogmatica Lumen gentium, "sono chiamati da Dio a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo mediante l’esercizio del proprio ufficio e sotto la guida dello spirito evangelico e in questo modo a manifestare Cristo agli altri, principalmente con la testimonianza della loro vita..." (n. 31).
Rosario aveva voluto che nell’aula delle udienze vi fosse sempre un crocefisso, come richiamo di carità e rettitudine. Inoltre egli teneva un crocefisso anche sul suo tavolo, insieme con una copia del Vangelo. Il Vangelo era tutto annotato, segno che doveva frequentarlo piuttosto spesso, almeno quanto i codici, strumenti quotidiani del suo lavoro.
"Dalla soddisfazione di sé del 'buon cattolico' che compie i suoi doveri, legge un buon giornale, vota bene eccetera, ma che per il resto fa ciò che gli aggrada, vi è un lungo cammino", ha detto Edith Stein, "per arrivare a una vita che sia nelle mani e venga dalle mani di Dio, con la semplicità del bambino e l'umiltà del pubblicano. Ma chi ha percorso una volta quel cammino, non tornerà più indietro…" (3).
Di Rosario tante cose si sono conosciute soltanto dopo la morte, come ad esempio, della sua carità, del suo amore per gli ultimi, per i poveri. Ogni mese, in segreto, consegnava una somma di denaro a persone che versavano in stato di indigenza, e lui lo sapeva; puntuale e sempre in incognito, faceva pure la spesa per alcuni di essi, soccorrendo alle loro prime necessità.
Quando è morto, il custode dell’obitorio piangeva ricordando tutte le volte che lo aveva visto pregare accanto a cadaveri di individui di cui egli ben conosceva la fedina penale, pregiudicati nei quali si era imbattuto svolgendo il suo lavoro di sostituto procuratore al Tribunale di Agrigento; nei loro confronti, egli aveva anche applicato la legge, ma non per questo essi avevano cessato di essere suoi fratelli in Cristo nella sventura.
"Gesù stava chino e con il dito scriveva per terra. Ma scribi e farisei insistevano nell’interrogarlo. E allora egli si drizzò e rispose: "Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra"" (Gv 8,6-7)
del quale mi onoro di essere amico ho trovato questo bellisimo post di berlicche che copio e incolloDurante la lezione tenuta presso l’Aula Magna dell’Università di Regensburg il SANTO PADRE, traendo spunto da un dialogo su cristianesimo e islam, e sulla verità di ambedue, avvenuto tra l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un persiano, ha posto degli interrogativi a livello razionale. Si è chiesto se sia ragionevole non poter professare liberamente il proprio credo religioso e se sia ragionevole la diffusione della fede mediante la violenza. Incomprensibilmente le parole pronunciate dal Papa hanno provocato la reazione negativa del mondo islamico. L’Associazione SamizdatOnLine ritiene che questa reazione sia del tutto ingiustificata: “Noi stiamo con il Papa”.
Un Agnello se ne andava tranquillamente per la sua terra natale tenendo bellissimi discorsi quando incontrò un lupo.