Messaggio del 25 Aprile 2008
«Cari figli, anche oggi vi invito tutti a crescere nell´amore di Dio come un fiore che sente i raggi caldi della primavera. Così anche voi, figlioli, crescete nell´amore di Dio e portatelo a tutti coloro che sono lontani da Dio. Cercate la volontà di Dio e fate del bene a coloro che Dio ha messo sul vostro cammino e siate luce e gioia. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.» DA MILANO MARINA CORRADI
E ra un giorno di aprile del 2005. La dottoressa Sylvie Menard, 57 anni, direttore del Dipartimento di oncologia sperimentale all’Istituto dei Tumori di Milano, era alla mensa. D’improvviso un capogiro, uno svenimento. Nulla di grave, forse il bicchiere d’acqua troppo fredda che aveva appena bevuto. Comunque, i colleghi le impongono di fare un esame del sangue. Lei è tranquilla. La sua salute è ottima. Ma i risultati della elettroforesi rivelano un picco altissimo di immunoglobuline. Un esito che si spiega solo in un modo, e quel modo, un’oncologa come la Menard lo conosce benissimo. «Era il 26 aprile. Quel giorno, la donna che ero stata fino ad allora è morta. L’esame segnalava un tumore del midollo, un tumore non guaribile. A casa mi sono guardata allo specchio: impossibile, mi dicevo, io sto benissimo. Sono riuscita a addormentarmi solo quando mi sono convinta che, certamente, si trattava di un errore».
Sylvie Menard oggi ha 60 anni. Il viso abbronzato sopra il camice bianco, è al suo posto, all’Istituto dei tumori. Sembra stare benissimo, ma è costantemente in terapia. Quell’esame, non era un errore. Il cancro c’era, e di quelli per cui non c’è ancora una cura risolutiva. Sono stati tre anni di una battaglia, che continua. Sylvie Menard lavora, e fa una vita normale. Ciò che è cambiato, dice, è il suo sguardo sulla vita. Parigina, cresciuta nella Sorbona del 1968, arrivò in Italia con il matrimonio. Dal ’69 in via Venezian, allieva di Umberto Veronesi, è, dice, laica e non credente. Del suo maestro ha condiviso l’impostazione filosofica. E sulll’eutanasia, è sempre stata d’accordo con lui. Fino a quando non si è trovata dall’altra parte della barricata. Malata, e di quale malattia. Allora verità e valori sono stati rivoluzionati. Tutto è cambiato: «Io, sono nata di nuovo».
La scossa è stata terribile, un terremoto. Un oncologo non può illudersi, sa. E davanti a quella prognosi, il medico che per tutta la vita ha parlato di cancro si trova sbalordito e spiazzato: il nemico, ora, è addosso. «Ho conosciuto la impossibilità, d’un tratto, di fare qualsiasi progetto. Come avere davanti un muro. Il futuro, semplicemente non c’era più. Ho smesso di mettere nuove piante in giardino. Tanto, dicevo, non le vedrò crescere».
Scopre cos’è l’attesa di una diagnosi, quando il paziente sei tu. «Il terribile tempo dell’attesa», lo chiama. Quando aspetti l’esito di una biopsia, e non pensi più a nient’altro: «Fissi il telefono, aspetti, prigioniero di una ossessione ». Capisce cos’è, essere come bloccati in un limbo, quando sai che il male cammina, ma ancora non ti puoi curare. A casa, l’angoscia dei familiari. Al lavoro, i colleghi. Quelli che vengono a dirti semplicemente : conta su di me. Ma anche quelli che se ti intravvedono in fondo al corridoio svoltano l’angolo. «Ho scoperto che esiste ancora una parola tabù. È la parola cancro. C’è chi ha paura di te, come se fossi contagioso». E quando dopo venti lunghissimi giorni la terapia può partire, come con una improvvisa ribellione dice di no. Che non vuole curarsi. «Era maggio, i primi caldi. Avevo voglia di vivere quell’estate. Perchè curarmi, se tanto non posso guarire ? Avevo voglia di restare ancora fra i sani'. E’ un’altra notte difficile. («Quando hai un cancro – dice – quello che conta sono le notti»). Ma il giorno dopo sceglie: farà la terapia. 'Qualcosa in me ha reagito. Anche senza guarire, prolungare la vita di qualche anni, improvvisamente mi è diventato fondamentale, volevo vivere fino in fondo».
Una metamorfosi attraversa la dottoressa. 'E’ cambiata la consapevolezza della vita stessa. Quando sei sano, pensi di essere immortale. Quando invece la tua fine non è più virtuale, la prospettiva si capovolge. Io, il testamento biologico, da sana, lo avrei sottoscritto. Ora no. Quando hai un cancro, diventi un’altra persona, e ciò che pensavi prima non è più vero. Ciò che da sani non si capisce, è che i pazienti sono una popolazione diversa. Anche io, prima, parlavo di «dignità della vita», una dignità che mi sembrava intaccata in certe condizioni di malattia. Da sani si pensa che dovere essere lavati e imboccati sia intollerabile, 'indegno'. Quando ci si ammala, si accetta anche di vivere in un polmone di acciaio. Ciò che si vuole, è vivere. Non c’è nulla di indegno in una vita totalmente dipendente dagli altri. E’ indegno piuttosto chi non riesce a vederne la dignità».
Nel tunnel della chemioterapia la Menard vede tutte le certezze della sua vita smentite dalla forza della concreta realtà. Guarda con altri occhi al dibattito sull’eutanasia. Pensa a Eluana, la ragazza da molti anni in stato vegetativo che il padre vorrebbe lasciare morire. «Ma lo sappiamo, che quella ragazza non ha nessuna spina da staccare? Che l’ipotesi è quella di lasciarla morire di fame e di disidratazione? Sappiamo che ’stato vegetativo permanente’ non vuole dire che non c’è nessuna attività cerebrale? In un lavoro scientifico recente è stato dimostrato che se si mette davanti agli occhi di uno di questi malati una fotografia di persone care, e si fa una risonanza magnetica, si vede l’accensione di una attività cerebrale. Come si può decidere di sospendere l’alimentazione?».
Nelle parole della Menard ritrovi quella strana discrasia che noti sempre fra la realtà delle corsie e il dibattito pubblico sulla eutanasia. Dove la «morte dignitosa» è un «diritto». Nella realtà dolente dei reparti terminali, i malati invece vogliono vivere. Sylvie Menard: «Il favore di tanti all’eutanasia si spiega con una sorta di inconscio esorcismo, un volere allontanare da sè la possibilità della malattia e del dolore. È una mancanza di immedesimazione nel malato. Perchè, quando poi ti ci trovi, cambi idea» Ciò che domandano davvero i malati, dice la Menard, è di non soffrire. 'Deve essere fatto tutto il possibile, contro il dolore. E in questo in Italia siamo indietro. Bisogna insegnare ai medici a usare gli oppiacei, e a non lasciare un paziente nella sofferenza per la paura di usare questi farmaci. Anche questo fa parte di un decalogo su cui lavora la Commissione per la umanizzazione della medicina, voluta da Livia Turco, di cui faccio parte'.
La vera battaglia, dice, è contro il dolore. Non per una morte che, nella esperienza amplissima dell’Istituto dei Tumori, i malati «veri » non chiedono. Chiedono, invece di non essere abbandonati. 'Temo che l’eutanasia possa essere la logica avanzante, se di tanti malati, quando muoiono, si dice solo: finalmente', dice la Menard. «In Olanda – aggiunge – ci sono 10 mila malati che chiedono l’eutanasia all’anno. L’80 per cento sono malati di cancro, assistiti nel migliore dei modi dal punto di vista medico. E allora, mi domando, come mai tante richieste? Ho il dubbio che sia perchè è gente sola, che avverte attorno una tacita pressione a levare il disturbo. Che avverte che, mentre viene ottimamente curata, la sua presenza è ormai di troppo. Che, se muoiono, qualcuno dirà: finalmente. E allora si adeguano, e obbediscono ». Ha ricominciato a curare le sue piante. I colleghi le hanno regalato una giovanissima quercia. E’ lì nel vaso accanto alla scrivania. Ha, dice, «una nuova gerarchia di valori ». Vola a Parigi, per ogni festa di famiglia, non se ne perde più una. La domenica si siede a contemplare il suo giardino. Le pare bellissimo, e bellissima ogni mattina, qualunque numero ne resti. Ogni giorno da vivere, nessuno da sprecare.
«Il testamento biologico, da sana, l’avrei sottoscritto. Ora no. Quando hai un tumore diventi un’altra persona e ciò che pensavi prima non è più vero». «Quello che chiedono i malati è di non soffrire. Si deve fare tutto il possibile contro il dolore» «All’improvviso ho conosciuto l’impossibilità di fare qualsiasi progetto. Il futuro non c’era più. Ho smesso di mettere nuove piante in giardino. Tanto, dicevo, non le vedrò crescere» Ora ha ricominciato E ogni giorno le appare bellissimo, da vivere.
© Avvenire
del Professor
Francesco Ugliano*
CAVA DE’ TIRRENI (SALERNO) - La mia gioia è la speranza! Privo di essa, sarei un disperato. La disperazione rode l’interno, ti fa vaneggiare, ti crea il subbuglio, il disordine, ti sconvolge l’equilibrio in quell’ordine morale e fisico impresso in ogni creatura all’atto del concepimento. Sì, è un miracolo la speranza che incanta e invita a piegare le ginocchia dinanzi a Dio, creatore e Padre di tutto, di tutti e di ognuno. La speranza fissa la fede, le si avvicina, si fonde con essa e genera il fuoco dell’amore nel corso della vita. La speranza mette in fuga ogni forma di umana debolezza, ti rende forte e ti fa guardare a quel cielo che ognuno è invitato a guardare, a contemplare e a conquistare per sempre, senza limite di tempo, sì, per una eternità beata. E la stessa morte non farà paura a chi sa munirsi dei due bastoni: quello della speranza e quello della fede. Non si potrà traballare e precipitare in un abisso che distrugge davvero. Don Oreste Benzi, definito “un uomo innamorato di Dio e degli uomini”, anche sul letto dell’agonia, mai rinunciando al suo caratteristico sorriso, ai figli di spirito che lo assistevano ha detto: “La morte non esiste perché appena chiudo gli occhi a questa terra, mi apro all’infinito di Dio. Ho cercato sempre di non dire no a Dio”. Sì, ha chiuso gli occhi in terra e li ha aperti all’infinito di Dio. Apriamo tutti, anche noi, gli occhi all’infinito di Dio!. Cosa ha detto Enzo Biagi, il giornalista famoso per il suo amore alla verità, che tanti fa piangere per la sua dipartita da questo mondo? Nel corso della sua vita, prima di addormentarsi, diceva: "Signore pietà!”, come gli aveva insegnato la mamma; diceva anche l’atto di dolore, perché così, secondo la mamma, “si va solo in Purgatorio”. Lo fece anche quando venne operato al cuore. Come non ricordare un’altra espressione, pronunciata anche sul letto dell’agonia, dal mio indimenticabile amico don Attilio Negrisolo, sacerdote padovano, figlio spirituale prediletto da San Pio da Pietrelcina? Alla sorella che l’assisteva, disse: “Sto pensando all’eternità!”. Il pensiero sempre rivolto a quel cielo che tutti siamo invitati a raggiungere per conquistarlo per una eternità beata. La speranza, la fede e la carità sviluppano, nel corso della vita, una gioia che non può assaporare chi non crede; non si può descrivere. Anche il corpo viene difeso da attacchi di depressioni che potrebbero facilmente logorare il povero sistema nervoso. Ed oggi si guarda di più al cielo o alla terra? ”Con la morte tutto finisce”, si vuol spesso ripetere, “ed allora me la godo questa mia vita!”. A spese di chi? Anche di tanti innocenti, e si riempiono così cimiteri e carceri... Padre Pio Santo? … Ma se tutto finisce, quale Santo?... E allora? Via anche la santità; via, va distrutto anche Lui! E alla statua, in piazza San Francesco di Salerno, sul viso e lungo il corpo del grande Santo, è stata proiettata tanta lordura da inorridire davvero. Non si riesce più a guardare il cielo trapuntato di stelle. “Signora maestra, mamma ogni mattina mi fa fare la croce e recitare la preghiera. Perché qui, all’asilo, stiamo senza croce e senza l’Ave Maria?”. Lo ha detto una bambina alla sua insegnante. Il richiamo di una piccola fa pensare! “Il mondo io l’ho creato bello, perché tu vuoi farlo brutto?”. Così ho sentito cantare da cari giovani in Chiesa, in un giorno di grande festa. E belli sì, sempre belli tutti i giovani; belli li vogliamo tutti i figli di mamma, e si inserisca fin dalla nascita nell’anima dei pargoletti il seme della vita, quello della speranza, quello della fede, e quello dell’amore. La speranza, ricordiamo, è gioia. E con la fede genera quell’amore che non può mai tramontare.
* Amico e Figlio Spirituale di San Padre Pio da Pietrelcina
Oggi ricordiamo i nostri cari che non sono più su questa terra ma che hanno concluso il loro pellegrinaggio ed oggi (almeno così mi piace pensarli) sono davanti al trono di Dio e all'Agnello. Mi piace dunque pensare ai miei nonni, il nonno Giovanni che non ho conosciuto perchè morto quando mio padre era ancora giovane, la nonna Nina donna splendida di una bellezza straordinaria con quei capelli bianchi come la lana candida sempre a posto, crebbe da sola 10 figli in un periodo di grande fame, nonno Luigi lo ricordo con quel suo sguardo severo ed il bastone in mano, grande amante della caccia con i suoi racconti sui mille mestieri della sua vita, e in ultima la nonna Mariù sicuramente in Paradiso visse in casa di mia madre sempre, la ricordo con la sua corona del Rosario sempre in mano (milioni di Pater, Ave e Gloria recitati le avranno sicuramente valso il paradiso), i nonni di moglie Elina che non ho ben conosciuto u nonnu Turiddu, a nonna Carmela e nonno Nino a detta di tutti una splendida persona. Ricordo poi la Zia Angelina, la sorella di mamma, la mia cara madrina al battesimo, morta giovane di cancro, che non potè godersi il crescere dei suoi tre figli (miei cugini), lo zio Antonio stroncato da un infarto, zio in comune con mia moglie nel senso che lui che era il fratello di mio suocero e sposò la sorella di mio padre, lo zio Luigi morto in Belgio, così come morto in Belgio lo zio Peppe una persona straordinaria mancata da pochissimo per un cancro, grande lavoratore agli altiforni della Boel in Belgio, un lavoro faticosissimo fatto con la dignità di siciliano onesto, la piccola cugina Antonella morta a 5 anni per una complicazione cardiaca, di sicuro in Paradiso.