TOTUS TUUS

Messaggio del 25 Aprile 2008

«Cari figli, anche oggi vi invito tutti a crescere nell´amore di Dio come un fiore che sente i raggi caldi della primavera. Così anche voi, figlioli, crescete nell´amore di Dio e portatelo a tutti coloro che sono lontani da Dio. Cercate la volontà di Dio e fate del bene a coloro che Dio ha messo sul vostro cammino e siate luce e gioia. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.»

Chi sono

Blogger: ggraceffa
Nome: giovanni graceffa
Un uomo felice, benedetto dal Signore, con una vita felice, allietata da una fantastica moglie e un meraviglioso figlio, nato il mio stesso giorno di trenta anni dopo, ed una stupenda figlia che il Cielo ci ha da poco donato per completare la nostra gioia.

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mercoledì, 28 novembre 2007

Ormai si parla sempre più spesso di eutanasia, di come cioè poter decidere volontariamente di affrontare la morte. Ognuno ovviamente fa le sue valutazioni anche in funzione del proprio credo e della propria sensibilità. Per me, cattolico, la vita in questa "tenda" come dice San Pietro mi è stata solo donata e non ne posso decidere arbitrariamente. Su questo argomento su Avvenire che non è un giornale che tutti leggono c'è una intervista ad una dottoressa oncologa che prima di ammalarsi anche lei di cancro era sostenitrice del diritto dell'uomo a poter decidere della sua propria morte, ma poi ...
«Io, oncologa con il cancro, dico no all’eutanasia»
 Sylvie Menard: quando ho scoperto la malattia è cambiato il mio sguardo sull’esistenza

 DIGNITÀ DEL VIVERE

  DA MILANO MARINA CORRADI
 

E ra un giorno di aprile del 2005. La dottoressa Sylvie Menard, 57 anni, direttore del Dipartimento di oncologia sperimentale all’Istituto dei Tu­mori di Milano, era alla mensa. D’improvviso un capogiro, uno svenimento. Nulla di grave, forse il bicchiere d’acqua troppo fred­da che aveva appena bevuto. Co­munque, i colleghi le impongono di fare un esame del sangue. Lei è tranquilla. La sua salute è ottima. Ma i risultati della elettroforesi ri­velano un picco altissimo di im­munoglobuline. Un esito che si spiega solo in un modo, e quel mo­do, un’oncologa come la Menard lo conosce benissimo. «Era il 26 a­prile. Quel giorno, la donna che e­ro stata fino ad allora è morta. L’e­same segnalava un tumore del mi­dollo, un tumore non guaribile. A casa mi sono guardata allo spec­chio: impossibile, mi dicevo, io sto benissimo. Sono riuscita a addor­mentarmi solo quando mi sono convinta che, certamente, si trat­tava di un errore».
  Sylvie Menard oggi ha 60 anni. Il viso abbronzato sopra il camice bianco, è al suo posto, all’Istituto dei tumori. Sembra stare benissi­mo, ma è costantemente in tera­pia. Quell’esame, non era un er­rore. Il cancro c’era, e di quelli per cui non c’è ancora una cura riso­lutiva. Sono stati tre anni di una battaglia, che continua. Sylvie Me­nard lavora, e fa una vita norma­le. Ciò che è cambiato, dice, è il suo sguardo sulla vita. Parigina, cresciuta nella Sorbona del 1968, arrivò in Italia con il matrimonio. Dal ’69 in via Venezian, allieva di Umberto Veronesi, è, dice, laica e non credente. Del suo maestro ha condiviso l’impostazione filosofi­ca. E sulll’eutanasia, è sempre sta­ta d’accordo con lui. Fino a quan­do non si è trovata dall’altra parte della barricata. Malata, e di quale malattia. Allora verità e valori so­no stati rivoluzionati. Tutto è cam­biato: «Io, sono nata di nuovo».
  La scossa è stata terribile, un ter­remoto. Un oncologo non può il­ludersi, sa. E davanti a quella pro­gnosi, il medico che per tutta la vi­ta ha parlato di cancro si trova sba­lordito e spiazzato: il nemico, ora, è addosso. «Ho conosciuto la im­possibilità, d’un tratto, di fare qualsiasi progetto. Come avere davanti un muro. Il futuro, sem­plicemente non c’era più. Ho smesso di mettere nuove piante in giardino. Tanto, dicevo, non le ve­drò crescere».
  Scopre cos’è l’attesa di una dia­gnosi, quando il paziente sei tu. «Il terribile tempo dell’attesa», lo chiama. Quando aspetti l’esito di una biopsia, e non pensi più a nient’altro: «Fissi il telefono, a­spetti, prigioniero di una osses­sione ». Capisce cos’è, essere co­me bloccati in un limbo, quando sai che il male cammina, ma an­cora non ti puoi curare. A casa, l’angoscia dei familiari. Al lavoro, i colleghi. Quelli che vengono a dirti semplicemente : conta su di me. Ma anche quelli che se ti in­travvedono in fondo al corridoio svoltano l’angolo. «Ho scoperto che esiste ancora una parola tabù. È la parola cancro. C’è chi ha pau­ra di te, come se fossi contagioso». E quando dopo venti lunghissimi giorni la terapia può partire, co­me con una improvvisa ribellione dice di no. Che non vuole curarsi. «Era maggio, i primi caldi. Avevo voglia di vivere quell’estate. Per­chè curarmi, se tanto non posso guarire ? Avevo voglia di restare ancora fra i sani'. E’ un’altra not­te difficile. («Quando hai un can­cro – dice – quello che conta sono le notti»). Ma il giorno dopo sce­glie: farà la terapia. 'Qualcosa in
me ha reagito. Anche senza guari­re, prolungare la vita di qualche anni, improvvisamente mi è di­ventato fondamentale, volevo vi­vere fino in fondo».
  Una metamorfosi attraversa la dottoressa. 'E’ cambiata la consa­pevolezza della vita stessa. Quan­do sei sano, pensi di essere im­mortale. Quando invece la tua fi­ne non è più virtuale, la prospet­tiva si capovolge. Io, il testamento biologico, da sana, lo avrei sotto­scritto. Ora no. Quando hai un cancro, diventi un’altra persona, e ciò che pensavi prima non è più vero. Ciò che da sani non si capi­sce, è che i pazienti sono una po­polazione diversa. Anche io, pri­ma, parlavo di «dignità della vita», una dignità che mi sembrava in­taccata in certe condizioni di ma­lattia. Da sani si pensa che dove­re essere lavati e imboccati sia in­tollerabile, 'indegno'. Quando ci si ammala, si accetta anche di vi­vere
in un polmone di acciaio. Ciò che si vuole, è vivere. Non c’è nul­la di indegno in una vita total­mente dipendente dagli altri. E’ indegno piuttosto chi non riesce a vederne la dignità».
  Nel tunnel della chemioterapia la Menard vede tutte le certezze del­la sua vita smentite dalla forza del­la concreta realtà. Guarda con al­tri occhi al dibattito sull’eutana­sia. Pensa a Eluana, la ragazza da molti anni in stato vegetativo che il padre vorrebbe lasciare morire. «Ma lo sappiamo, che quella ra­gazza non ha nessuna spina da staccare? Che l’ipotesi è quella di lasciarla morire di fame e di disi­dratazione? Sappiamo che ’stato vegetativo permanente’ non vuo­le dire che non c’è nessuna atti­vità cerebrale? In un lavoro scien­tifico recente è stato dimostrato che se si mette davanti agli occhi di uno di questi malati una foto­grafia di persone care, e si fa una
risonanza magnetica, si vede l’ac­censione di una attività cerebrale. Come si può decidere di sospen­dere l’alimentazione?».
  Nelle parole della Menard ritrovi quella strana discrasia che noti sempre fra la realtà delle corsie e il dibattito pubblico sulla eutana­sia. Dove la «morte dignitosa» è un «diritto». Nella realtà dolente dei reparti terminali, i malati invece vogliono vivere. Sylvie Menard: «Il favore di tanti all’eutanasia si spie­ga con una sorta di inconscio e­sorcismo, un volere allontanare da sè la possibilità della malattia e del dolore. È una mancanza di imme­desimazione nel malato. Perchè, quando poi ti ci trovi, cambi idea» Ciò che domandano davvero i ma­­lati, dice la Menard, è di non sof­frire. 'Deve essere fatto tutto il possibile, contro il dolore. E in questo in Italia siamo indietro. Bi­sogna insegnare ai medici a usare gli oppiacei, e a non lasciare un
paziente nella sofferenza per la paura di usare questi farmaci. An­che questo fa parte di un decalo­go su cui lavora la Commissione per la umanizzazione della medi­cina, voluta da Livia Turco, di cui faccio parte'.
  La vera battaglia, dice, è contro il dolore. Non per una morte che, nella esperienza amplissima del­­l’Istituto dei Tumori, i malati «ve­ri » non chiedono. Chiedono, in­vece di non essere abbandonati. 'Temo che l’eutanasia possa es­sere la logica avanzante, se di tan­ti malati, quando muoiono, si di­ce solo: finalmente', dice la Me­nard. «In Olanda – aggiunge – ci sono 10 mila malati che chiedono l’eutanasia all’anno. L’80 per cen­to sono malati di cancro, assistiti nel migliore dei modi dal punto di vista medico. E allora, mi do­mando, come mai tante richieste? Ho il dubbio che sia perchè è gen­te sola, che avverte attorno una tacita pressione a levare il distur­bo. Che avverte che, mentre vie­ne ottimamente curata, la sua presenza è ormai di troppo. Che, se muoiono, qualcuno dirà: final­mente. E allora si adeguano, e ob­bediscono
». Ha ricominciato a curare le sue piante. I colleghi le hanno regala­to una giovanissima quercia. E’ lì nel vaso accanto alla scrivania. Ha, dice, «una nuova gerarchia di va­lori ». Vola a Parigi, per ogni festa di famiglia, non se ne perde più u­na. La domenica si siede a con­templare il suo giardino. Le pare bellissimo, e bellissima ogni mat­tina, qualunque numero ne resti. Ogni giorno da vivere, nessuno da sprecare.
  «Il testamento biologico, da sana, l’avrei sottoscritto. Ora no. Quando hai un tumore diventi un’altra persona e ciò che pensavi prima non è più vero». «Quello che chiedono i malati è di non soffrire. Si deve fare tutto il possibile contro il dolore»
«All’improvviso ho conosciuto l’impossibilità di fare qualsiasi progetto. Il futuro non c’era più. Ho smesso di mettere nuove piante in giardino. Tanto, dicevo, non le vedrò crescere» Ora ha ricominciato E ogni giorno le appare bellissimo, da vivere.

© Avvenire


pensato e scritto da: ggraceffa alle ore 16:59 | link | commenti (11)
categorie: eutanasia, impegno per la vita
giovedì, 20 aprile 2006

Un paio di settimane fa sentii una sua intervista su Radio Maria, la radio più bella che ci sia, e rimasi molto colpito della preparazione di questo sacerdote sul tema dell'eutanasia e del suo impegno nel svelare l'inganno che nasconde questo nome, oggi trovo su il Mascellaro una sua intervista che ritengo sia giusto divulgare quanto più possibile.

Tratto dal sito www.impegnoreferendum.it il 20 aprile 2006

Se ne parla troppo di eutanasia, o se ne parla troppo poco? L’affermazione più corretta sta nel mezzo: se ne fa un gran parlare ma spesso in maniera scorretta.

Di tutti i nodi bioetici è forse il più difficile: perché può riguardare due fasi della vita, la vecchiaia e la malattia – di frequente coincidenti – che l’efficientismo dilagante tende a giudicare "inutili". Il malato, specie se vecchio, è considerato un peso improduttivo. Ma ci sono anche altri interrogativi: può un uomo decidere di smettere di vivere per non soffrire, o scegliere al posto di un altro? Cosa succede quando a soffrire sono i bambini? E cosa vuol dire non voler vedere una persona star male, quando la medicina ha portato allo sviluppo di innovative terapie del dolore?

Domande cui si è portati a rispondere più con l’istinto che con la razionalità. Fondamentali sono dunque la chiarezza e la precisione delle argomentazioni, le stesse che usa don Michele Aramini, docente di bioetica e autore di numerosi testi, ultimo il recentissimo «Eutanasia. Spunti per un dibattito» (Ancora, pp. 159, 12 euro).

Don Aramini, partiamo dal linguaggio. Che cosa s’intende per eutanasia?
«La maggior parte delle persone guarda in modo non del tutto negativo l’eutanasia perché pensa che si tratti della sospensione delle cure inutili praticate a un malato che sta per morire. Questa però non è eutanasia ma il "no" all’accanimento terapeutico. Ed è del tutto lecito e necessario che ci si opponga a questa pratica. L’eutanasia, invece, è la decisione – con o senza esplicita richiesta – di anticipare la morte di una persona attraverso un gesto specifico o un’omissione, cioè somministrando o meno qualcosa. Per eutanasia quindi si deve intendere la volontà di uccidere una persona prima della sua morte naturale. Non è il caso di sottilizzare se si tratta di un’azione attiva o passiva, perché il fine è lo stesso: procurare la morte».

Perché si arriva a chiedere in determinati casi il ricorso all’eutanasia?
«C’è una prima motivazione, che di certo era più valida nel passato ma che, quando si entra in un clima di polemica, viene tirata abitualmente fuori: mi riferisco all’insopportabilità del dolore, vale a dire il rifiuto di una sofferenza che non si riesce a tollerare in prima persona oppure a far sopportare agli altri. Era la richiesta contenuta nel manifesto sull’eutanasia firmato nel 1983 da alcuni premi Nobel, che faceva leva sulla pretesa immoralità di infliggere dolore a una persona. È una richiesta superata, in quanto la terapia del dolore oggi è in grado di agire su tutte le situazioni, anche quelle più estreme, con la cosiddetta "sedazione terminale"».

La terapia del dolore è però ancora insufficientemente conosciuta e praticata in Italia...
«Il problema vero è che è usata a macchia di leopardo, anche se la sua diffusione sta progredendo. Non è un problema solo dell’Italia ma anche – per esempio – degli Stati Uniti, dove le statistiche dicono che solo la metà dei pazienti viene trattata adeguatamente nella parte finale della vita».

C’è una mancanza di cultura di parte della classe medica su questo fronte?
«Penso proprio di sì. La medicina ha due compiti: guarire e curare. I medici sembrano essersi quasi dimenticati del secondo aspetto e si sono concentrati soprattutto sul primo. Quando non si può più guarire bisogna però alleviare il dolore del paziente. Spesso i medici vedono nella non guarigione del paziente una sconfitta, e se ne vanno. Ma la cura è probabilmente un’opera ancora più importante, perché il soggetto si trova in grave difficoltà e bisogna aiutarlo. In Italia oggi c’è una legge che promuove la creazione di unità ospedaliere di cure palliative, e si è intrapresa la strada del loro potenziamento».

Da parte dei fautori dell’eutanasia si è sentito chiedere il riconoscimento di un diritto soggettivo a chiedere la morte e a farsela dare. Cosa ne pensa?
«Sembrerebbe una richiesta di libertà, l’ultimo dei diritti civili ancora non garantito, messo sullo stesso piano del diritto di parola o di voto. Ma è davvero un diritto? Se si pone il tema in questi termini individualistici si tenderà a non domandarsi perché una persona vuole morire. Se la mia morte è un diritto vuol dire che la società ha il dovere di farmi morire. Questo, tra l’altro, significa accettare che il comportamento degli altri venga sottoposto a un vincolo drammatico: i parenti, i medici, ma anche l’intera società, che cosa pensano del farmi morire? Non possono essere obbligati a darmi la morte. Tutte le sentenze della Corte suprema americana e della Corte di giustizia europea hanno negato che nell’impianto normativo possa sussistere questo "diritto all’eutanasia". Ed è anche per questo motivo che legislazioni favorevoli all’eutanasia non si sono sviluppate tanto rapidamente».

Perché si vuole decidere di morire quando la propria vita "non ha più significato"?
«Perché si considera l’uomo come un oggetto che perde valore in determinate circostanze. Una persona, per il solo fatto di essere tale, possiede un valore permanente, e non è mai assimilabile a un oggetto».

Quando ci si trova al capezzale di qualcuno che chiede di morire come bisogna comportarsi?
«Innanzitutto occorre chiedersi da cosa scaturisce questa richiesta. L’esperienza ci dice, infatti, che essa viene meno se una persona è trattata adeguatamente con la terapia del dolore, se ha un accompagnamento umano anche da parte dei medici, degli infermieri, dello psicologo, dei volontari, se la sua famiglia non è stressata ma viene aiutata nell’assistenza. Quando i parenti di chi invoca la morte non vengono sostenuti allora possono cedere i nervi: la richiesta di morire sembra spesso dettata dalla constatazione del disastro cui sembrano condannati i propri cari. Si spera nella morte, dunque, quando ci si sente un peso per gli altri, o anche perché si vuole ricevere maggiore attenzione. È un po’ come dire: "Guardatemi, io sono qui, voglio essere curato meglio". L’Istituto dei tumori di Milano ha compiuto recentemente un’indagine sui malati terminali che vengono trattati con le cure palliative: dalle 996 richieste iniziali di eutanasia, dopo le cure si è passati a cinque».

Un dato davvero impressionante. Quindi si dovrebbe spostare l’attenzione dall’eutanasia alle cure palliative...
«Sì, certo. Non abbiamo bisogno dell’eutanasia ma di approntare un sistema di accompagnamento delle persone che sono arrivate alla fine della vita. Bisogna rispondere alle tentazioni eutanasiche con soluzioni che puntino maggiormente sulla famiglia e sulla solidarietà».



Chi è

Michele Aramini è nato a Palermo nel 1953. Ordinato sacerdote della diocesi di Milano nel 1978, i suoi studi si sono concentrati in particolare su teologia morale e bioetica con una particolare attenzione al tema dell’eutanasia. È docente di teologia e di bioetica nel seminario per le lauree di specializzazione all’Università Cattolica di Milano. Ha insegnato Storia della bioetica ed Economia, etica e sanità all’Università Pontifica Regina Apostolorum di Roma. Tra le sue numerose pubblicazioni ricordiamo Introduzione alla bioetica (Giuffrè 2001); Eutanasia. Commento giuridico alla nuova legge olandese (Giuffrè 2003); Fecondazione artificiale. Che cosa dice la legge e che cosa insegna la Chiesa (Portalupi 2004).
pensato e scritto da: ggraceffa alle ore 15:09 | link | commenti (3)
categorie: religione, informazione, eutanasia, cattolicesimo, impegno per la vita
venerdì, 24 marzo 2006

ORRORI COMPASSIONEVOLI


Tratto da IL FOGLIO:

Quando oggigiorno, sento nuovamente dei medici discutere di eutanasia parlando di "uccisioni compassionevoli", l'orrore si impadronisce di me: un titolo accademico non è una garanzia contro comportamenti sadici e psicopatici, come è dimostrato dallo staff di medici di Hartheim. Prima i "malati incurabili", poi i ritardati e i vecchi. Molto presto tutti coloro che avevano un qualche genere di disabilità divennero "indegni di vivere".

Simone Wisenthal in "Culture of Death" , di Wesley Smith.
pensato e scritto da: ggraceffa alle ore 09:18 | link | commenti (1)
categorie: pensieri, eutanasia, impegno per la vita
martedì, 28 febbraio 2006

Tutto il magnifico discorso del Papa Benedetto XVI, tenuto ai convegnisti partecipanti al congresso sull'embrione umano nella fase del preimpianto:

Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Illustri Signori e Signore!

A tutti rivolgo il mio saluto deferente e cordiale in occasione dell’Assemblea Generale della Pontificia Accademia per la Vita e del Congresso internazionale, appena iniziato, su "L'embrione umano nella fase del preimpianto". In modo speciale saluto il Cardinale Javier Lozano Barragán, Presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, come anche Mons. Elio Sgreccia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, che ringrazio per le gentili parole con le quali ha messo in luce l'interesse particolare delle tematiche che vengono affrontate in questa circostanza.

In effetti, l'argomento di studio scelto per la vostra Assemblea, "L'embrione umano nella fase del preimpianto", cioè nei primissimi giorni che seguono il concepimento, é una questione estremamente importante oggi, sia per le evidenti ripercussioni sulla riflessione filosofico-antropologica ed etica, sia per le prospettive applicative nell'ambito delle scienze biomediche e giuridiche. Si tratta indubbiamente di un argomento affascinante, ma difficile e impegnativo, data la delicata natura del soggetto in esame e la complessità dei problemi epistemologici che riguardano il rapporto tra la rilevazione dei fatti a livello delle scienze sperimentali e la susseguente e necessaria riflessione sui valori a livello antropologico.

Come si può ben comprendere, né la Sacra Scrittura né la Tradizione cristiana più antica possono contenere trattazioni esplicite del vostro tema. Ciononostante, San Luca nel raccontare l'incontro della Madre di Gesù, che lo aveva concepito nel suo seno verginale solo da pochi giorni, con la madre di Giovanni Battista, già al sesto mese di gravidanza, testimonia la presenza attiva, sebbene nascosta, dei due bambini: "Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo" (Lc 1,41). Sant’Ambrogio commenta: Elisabetta "percepì l'arrivo di Maria, lui (Giovanni) l'arrivo del Signore; la donna l'arrivo della donna, il bambino l'arrivo del bambino" (Comm. in Luc., 2,19.22-26).

Tuttavia, anche in mancanza di espliciti insegnamenti sui primissimi giorni di vita del nascituro, è possibile trovare nella Sacra Scrittura preziose indicazioni che motivano sentimenti d'ammirazione e di riguardo nei confronti dell'uomo appena concepito, specialmente in chi, come voi, si propone di studiare il mistero della generazione umana. I libri sacri, infatti, intendono mostrare l'amore di Dio verso ciascun essere umano ancor prima del suo prender forma nel seno della madre. "Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu venissi alla luce, ti avevo consacrato" (Ger 1,5), dice Dio al profeta Geremia. E il Salmista riconosce con gratitudine: "Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre. Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo" (Sal 139,13-14). Sono parole, queste, che acquistano tutta la loro ricchezza di significato quando si pensa che Dio interviene direttamente nella creazione dell’anima di ogni nuovo essere umano.

L'amore di Dio non fa differenza fra il neoconcepito ancora nel grembo di sua madre, e il bambino, o il giovane, o l'uomo maturo o l'anziano. Non fa differenza perché in ognuno di essi vede l'impronta della propria immagine e somiglianza (Gn 1,26). Non fa differenza perché in tutti ravvisa riflesso il volto del suo Figlio Unigenito, in cui "ci ha scelti prima della creazione del mondo, ... predestinandoci a essere suoi figli adottivi ... secondo il beneplacito della sua volontà" (Ef 1,4-6).

Questo amore sconfinato e quasi incomprensibile di Dio per l'uomo rivela fino a che punto la persona umana sia degna di essere amata in se stessa, indipendentemente da qualsiasi altra considerazione - intelligenza, bellezza, salute, giovinezza, integrità e così via. In definitiva, la vita umana è sempre un bene, poiché "essa è nel mondo manifestazione di Dio, segno della sua presenza, orma della sua gloria" (cfr Evangelium vitae, 34). All'uomo, infatti, è donata un'altissima dignità, che ha le sue radici nell'intimo legame che lo unisce al suo Creatore: nell'uomo, in ogni uomo, in qualunque stadio o condizione della sua vita, risplende un riflesso della stessa realtà di Dio. Per questo il Magistero della Chiesa ha costantemente proclamato il carattere sacro e inviolabile di ogni vita umana, dal suo concepimento sino alla sua fine naturale (cfr Evangelium vitae, 57). Questo giudizio morale vale già agli inizi della vita di un embrione, prima ancora che si sia impiantato nel seno materno, che lo custodirà e nutrirà per nove mesi fino al momento della nascita: "La vita umana è sacra e inviolabile in ogni momento della sua esistenza, anche in quello iniziale che precede la nascita" (ibid. , n. 61).

So bene, cari studiosi, con quali sentimenti di meraviglia e di profondo rispetto per l'uomo voi portiate avanti il vostro impegnativo e fruttuoso lavoro di ricerca proprio sull'origine stessa della vita umana: un mistero il cui significato la scienza sarà in grado di illuminare sempre di più, anche se difficilmente riuscirà a decifrarlo del tutto. Infatti, appena la ragione riesce a superare un limite ritenuto invalicabile, altri limiti fino allora sconosciuti la sfidano. L'uomo rimarrà sempre un enigma profondo e impenetrabile.

Già nel secolo IV, S. Cirillo di Gerusalemme presentava ai catecumeni che si preparavano a ricevere il battesimo la seguente riflessione: "Chi è colui che ha predisposto le cavità dell'utero alla procreazione dei figli? Chi ha animato in esso il feto inanimato? Chi ci ha provvisto di nervi e di ossa circondandoci, poi, di pelle e di carne (cfr Gb 10,11) e, non appena il bambino è nato, fa uscire dal seno abbondanza di latte? In qual modo il bambino, crescendo, diventa adolescente, da adolescente si muta in giovane, successivamente in uomo e infine in vecchio, senza che nessuno riesca a cogliere il giorno preciso nel quale si verifichi il mutamento?" E concludeva: "Stai vedendo, o uomo, l'artefice; stai vedendo il sapiente Creatore" (Catechesi battesimale, 9, 15-16).

All'inizio del terzo millennio, rimangono ancora valide queste considerazioni che si rivolgono, non tanto al fenomeno fisico o fisiologico, quanto al suo significato antropologico e metafisico. Abbiamo enormemente migliorato le nostre conoscenze e identificato meglio i limiti della nostra ignoranza; ma per l'intelligenza umana sembra sia diventato troppo arduo rendersi conto che, guardando il creato, ci si incontra con l'impronta del Creatore. In realtà, chi ama la verità, come voi cari studiosi, dovrebbe percepire che la ricerca su temi così profondi ci pone nella condizione di vedere e anche quasi di toccare la mano di Dio. Al di là dei limiti del metodo sperimentale, al confine del regno che alcuni chiamano meta-analisi, là dove non basta più o non è possibile la sola percezione sensoriale né la verifica scientifica, inizia l'avventura della trascendenza, l’impegno del "procedere oltre".

Cari ricercatori e studiosi, vi auguro che riusciate sempre più non solo ad esaminare la realtà oggetto delle vostre fatiche, ma anche a contemplarla in modo tale che, insieme alle vostre scoperte, sorgano pure le domande che portano a scoprire nella bellezza delle creature il riflesso del Creatore. In questo contesto, mi è caro esprimere un apprezzamento ed un ringraziamento alla Pontificia Accademia per la Vita per il suo prezioso lavoro di "studio, formazione e informazione" di cui si avvantaggiano i Dicasteri della Santa Sede, le Chiese locali e gli studiosi attenti a quanto la Chiesa propone sul terreno della ricerca scientifica e intorno alla vita umana nel suo rapporto con l'etica e il diritto.

Per l'urgenza e l'importanza di questi problemi, ritengo provvidenziale l'istituzione da parte del mio venerato predecessore Giovanni Paolo II di questo Organismo. A tutti voi, pertanto, Presidenza, personale e membri della Pontificia Accademia per la Vita, desidero esprimere con sincera cordialità la mia vicinanza ed il mio sostegno. Con questi sentimenti, affidando il vostro lavoro alla protezione di Maria, imparto a Voi tutti l'Apostolica Benedizione.
giovedì, 23 febbraio 2006

In Italia molti medici di cui uno importantissimo il Prof. Umberto Veronesi discutono su come dare la "dolce morte" o eutanasia che dir si voglia a quei pazienti che ormai, secondo loro i pazienti intendo hanno perduto tutte le speranze ad avere una vita che sia degna di essere vissuta.

In America due medici si oppongono ad iniettare un potente anestetico ad un condannato a morte al fine di dargli una "dolce morte" perchè il loro scopo è quello di migliorare la vita e non rendere più dolce la morte, salvandolo così almeno per ora dall'iniezione letale.

Non hanno fatto entrambi lo stesso giuramento d'Ippocrate al quale gli americani si sono richiamati?
pensato e scritto da: ggraceffa alle ore 07:52 | link | commenti (5)
categorie: informazione, eutanasia, impegno per la vita
martedì, 31 gennaio 2006

Quello che segue è un articolo, precisamente l'art. 4, del DdL Norme sulla tutela della dignità della vita e disciplina della eutanasia, che la Rosa nel Pugno ha già presentato al Senato della Repubblica. DdL che mi auguro non trovi alcun consenso ma che da il senso di quanto poco importante sia la vita di un uomo per questi signori. E più di tutti mi lascia perplesso questo articolo, che riporto integralmente, così come pubblicato nel sito dell'Ass, L.Coscioni (area radicale) che se io non ho capito male prevede che, se io malato terminale non dichiaro mentre sono sono, tramite il cosidetto testamento biologico che io voglio continuare a vivere oltre ogni ragionevole speranza, pur essendo nella sofferenza o in una situazione vegetativa il medico che dovrebbe curarmi, dopo aver informato i miei parenti "decide" di terminarmi.

Spero di sbagliarmi. Non posso pensare che un medico al quale affido la mia vita si arrenda e mi termini.

Ma vogliamo proprio affidarci a questa gente?

Art. 4
(Disciplina dell'interruzione delle terapie di sostenimento vitale)

1. Ai sensi dell’articolo 1 si intendono per condizioni terminali l’incurabile stato patologico cagionato da lesioni e malattia e dal quale secondo cognizione medico-scientifica, consegue la inevitabilità della morte, il cui momento sarebbe soltanto ritardato ove si facesse ricorso a terapie di sostenimento vitale utilizzando tecniche meramente rianimative nonché apparecchiature meccaniche o artifici per sostenere, riattivare o sostituire una naturale funzione vitale.
2. L’accertamento delle condizioni terminali viene effettuato da un medico competente delle tecniche di rianimazione su concorde parere del primario anestesiologo. Il medico che ha effettuato l’accertamento ne comunica i risultati alle persone che sono legittimate a proporre opposizione, di cui al comma 3, e che sono agevolmente reperibili. Se non è accertata alcuna opposizione, e se il paziente non ha espresso personalmente e consapevolmente, nel testamento biologico di cui all’art. 3, il consenso alle terapie di sostenimento vitale di cui al comma 1, il medico dispone per iscritto l’interruzione delle terapie.
3. Sono legittimati a proporre opposizione i conviventi di età non inferiore ai sedici anni, nonché gli ascendenti e i discendenti in linea diretta e i parenti collaterali, entro il secondo grado, del paziente, che siano di età non inferiore di sedici anni.
4. L’accertamento delle condizioni terminali non dispensa il medico che l’abbia in cura del dovere di assistere il paziente. L’interruzione delle terapie non dispensa il medico dall’apprestare quelle cure che, senza incidere direttamente sull’esito naturale dell’infermità, siano intese ad alleviarne le sofferenze.

5. Per interruzione delle terapie deve intendersi anche il mancato inizio delle terapie stesse.

Questo è invece un brano del testo della Relazione accompagnatoria ad DdL

L’art. 4 disciplina l’interruzione o il non inizio delle terapie di sostenimento vitale, definendo innanzitutto le condizioni per le quali si possa definire un paziente in condizioni terminali, e cioè: «incurabile stato patologico cagionato da lesioni e malattia e dal quale secondo cognizione medico-scientifica, consegue la inevitabilità della morte, il cui momento sarebbe soltanto ritardato ove si facesse ricorso a terapie di sostenimento vitale utilizzando tecniche meramente rianimative nonché apparecchiature meccaniche o artifici per sostenere, riattivare o sostituire una naturale funzione vitale».
Se non è avanzata alcuna opposizione dalle persone conviventi, nonché dagli ascendenti e dai discendenti in linea diretta o dai parenti collaterali, se il paziente non ha consentito in precedenza col testamento biologico di cui all’art. 3 di avvalersi delle terapie di sostenimento vitale, se è accertata la sussistenza delle condizioni terminali da parte di un medico, con il parere obbligatoriamente concorde del primario anestesiologico, il medico dispone per iscritto l’interruzione delle terapie.

Se ho interpetrato male, qualcuno me lo spieghi meglio.

pensato e scritto da: ggraceffa alle ore 09:02 | link | commenti (6)
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martedì, 24 gennaio 2006

Il DNA motore per l'aldilà

Mi viene sempre più difficile immaginare come scienziato o intellettuale una persona che proferisce simili parole:

“Le persone che affrontano la morte con maggiore serenità sono spesso coloro che non sono sorretti da una fede nell’aldilà, ritengono che la vita e tutta l’esperienza si esauriscano in questo mondo. Queste persone considerano la vita una fase transitoria, un momento di un più grande progetto di continua rigenerazione. E il motore di questa rigenerazione è il Dna umano che, riproducendosi in ciascun uomo, propaga incessantemente la vita. Chi ha la consapevolezza di far parte di questo progetto ha anche la serenità di spirito davanti alla morte. Potremmo dire che la trasmissione del Dna alle generazioni successive potrebbe essere letta come la versione moderna dell’immortalità, in quanto il Dna è in effetti immortale. Inoltre, trasferendosi da un corpo all’altro, riassume anche il concetto di reincarnazione”.

Cosa ti puoi aspettare da uno che considera l'uomo un primate. E che dice di essere vegetariano perchè si ritiene simile alla scimma.

Io nel mio piccolo mi ritengo capace di Dio. Destinato all'eternità perchè Dio mi ha dato un'anima immortale tutta protesa alla sua ricerca. Il mio cervello è troppo piccolo non posso essere un intellettuale.

Ah, dimenticavo le parole riportate tra virgolette le ha dette il Prof. Umbreto Veronesi nel sempre più stupido programma di Fazio su RAI3, (guarda un pò) domenica sera al termine di una micidiale domenica di idiozie televisive, salvo la magnifica parentesi che ci ha regalato la testimonianza della serenissima Claudia Koll che ha parlato della grandezza Divina Misericordia.
venerdì, 20 gennaio 2006

Oggi attirano la mia attenzione le notizie e le dichiarazioni di quelli ai quali ci affidiamo per difendere la nostra salute. E mi colpisce le dichiarazione che riporta Avvenire rilascate dal Prof. Veronesi, quello per il quale l'uomo e la scimmia sono uguali, al radio24.

L'ex ministro Umberto Veronesi: «Se non fosse proibita la farei»

«L'eutanasia? Io non la farei perché è proibita dalla legge. Ma se fosse consentita, non avrei difficoltà, davanti a una persona in condizioni disperate. È un atto di pietà, di carità che non dovrebbe essere negato in certe circostanze». Lo ha detto Umberto Veronesi, ex ministro della Salute, in un'intervista a «Radio 24-Il Sole 24 Ore», commentando un sondaggio inglese. In Gran Bretagna sembra siano oltre 3mila i pazienti aiutati a morire in modo clandestino: «Per me non è una novità - dice Veronesi -. Il medico a volte prende l'iniziativa, accade anche in Italia: lo sappiamo ma non possiamo dire come, quando, e dove per non far correre rischi ai colleghi. Il medico sa che il paziente preferisce morire senza dolori, quando la morte è ormai inevitabile».

La cosa secondo me grave è che il Prof. sostiene di sapere chi pratica questi omicidi ma preferisce non rivelarlo.
E pensare che opera in una branca della medicina terribile dove i molti pazienti che gli muoino (per fortuna e grazie anche a lui sempre meno) muoiono in maniera dolorosa e con tante sofferenze e per molti la morte diventa inevitabile.
pensato e scritto da: ggraceffa alle ore 14:42 | link | commenti (2)
categorie: informazione, eutanasia, cattolicesimo, impegno per la vita

Tristissima, tristissima anche per il fatto che si parla di morte, lezione contro la Vita del dott. Silvio Viale che più che un medico che cerca la difesa della vita sembra l'uomo nero con la falce in mano in cerca di povere anime sofferenti da consegnare al suo principale.

traggo questo articolo da il FOGLIO di Giuliano Ferrara del 19 gen 06.

Silvio Viale in cattedra al liceo
Si parla di eutanasia anche a Torino. Sull’argomento Silvio Viale, il ginecologo sperimentatore della Ru486, ha tenuto una lezione senza contraddittorio al liceo Einstein e ha proiettato un dvd svizzero. Presenti oltre 200 ragazzi. Viale è stato contestato dagli insegnanti, uno di loro ha parlato di “operazione squallida”. Al termine della proiezione Viale ha detto che “morire può essere un processo lungo e sofferente. I cattolici vogliono imporre la loro mentalità, ma è un diritto delle persone scegliere come morire”. Poi ha distribuito volantini agli studenti sulla Ru486 e ha citato alcune frasi di Umberto Veronesi. L’anziana donna protagonista del film accoglieva intanto con un “magique!” la miscela di barbiturici che il medico le aveva preparato. Viale ha chiesto “un momento di raccoglimento” per Eluana Englaro, in coma in seguito a un incidente dal 18 gennaio 1992. “Sono passati 14 anni, 5.116 giorni e oggi Eluana avrebbe 33 anni. Dico avrebbe, perché non è possibile considerare l’esistenza biologica ed anagrafica di Eluana come una vita vissuta”. Come nella lapide di Terri Schiavo, su cui il marito ha fatto incidere tre date: nascita (3 dicembre 1963), coma (25 febbraio del 1990) e giorno in cui se ne è andata, “in pace” (31 marzo del 2005), cieca, col cervello che pesava la metà di uno normale. Poi quella frase: “Ho mantenuto la mia promessa”. E una colomba con in bocca un ramo d’ulivo. “In pace”, si legge sulla lapide di Terri. “Affinché Eluana possa presto riposare finalmente in pace”, parole che Viale ha scandito nelle aule autogestite e conformiste di un triste liceo torinese.

A me piace pensare che la morte non è solo un processo lungo e doloroso, ma la nascita alla vita oltre il tempo e per l'eternità.
pensato e scritto da: ggraceffa alle ore 12:00 | link | commenti (2)
categorie: informazione, eutanasia, cattolicesimo, impegno per la vita
martedì, 26 aprile 2005

Per la vita di Charlotte Wayatt

Charlotte, don't give up on me!

gentilmente offerto da www.gallinaro.ilcannocchiale.it

pensato e scritto da: ggraceffa alle ore 07:23 | link | commenti
categorie: eutanasia